L’odissea di un italiano nato in Albania / 3 - Shqiptari i Italisë

Histori
Ancora oggi la mia Odissea non è finita, nonostante le molteplici richieste mie e delle Istituzioni italiane al Governo albanese per la riesumazione delle spoglie dei detenuti morti nel carcere di Burrel e le promesse di intervento dalle più alte Autorità e dai vari Ministeri, le ossa di quegli uomini sono ancora sotto la fredda terra di quel luogo famigerato
Terza parte – Ritorno al paese delle Aquile
Continuazione di: L’odissea di un italiano nato in Albania / 2

Nel 1993 dopo molti anni le aquile albanesi cominciarono a volare tra i primi venti di libertà.

Il paese chiuso in se stesso da decenni e sconquassato dalle diatribe politiche interne, con l’aiuto della cooperazione internazionale, si aprì ad un possibile futuro nella Comunità Europea.

Aldo sentì il desiderio irresistibile di ritornare nei luoghi tanto rievocati dai familiari. Nella sua memoria c’era un vuoto: mancavano all’appello quei primi quattro anni della propria vita. Tra molte difficoltà e qualche ripensamento Aldo e lo zio Giacomo intrapresero un viaggio che si annunciava difficile ed insidioso.

L’aereo atterrò a Tirana tra i bunker fatti costruire da Enver Hoxha per difendersi dall’eterno nemico occidentale.

Aldo preoccupato, riscontrò nello zio Giacomo un’espressione indefinibile, mai vista prima, sul suo volto, come rapito da ricordi e da forti emozioni. Erano passati quasi 10 lustri da quando, come profughi, erano tornati in Patria e gli occhi dello zio erano lucidi.

La città si presentò quale la dittatura italiana del periodo fascista l’aveva costruita: il fastoso viale alberato “Bulevardi Dëshmorët e Kombi”, la grande piazza con il monumento a Skanderbeg, i palazzi governativi, lo stadio “Qemal Stafa” in fondo al “Bulevardi” dove aveva giocato e vinto la squadra nazionale di calcio albanese.

Grandi ed inattese accoglienze per Giacomo, l’eroe dello sport, nella hall del famoso albergo Dajti dove egli stesso e la squadra avevano festeggiato la vittoria alle “Balcaniadi” molti anni prima. Lì si erano svolte le più importanti cerimonie degli ultimi sessant’anni: la visita di Galeazzo Ciano Ministro degli Esteri italiano del regime fascista, i ricevimenti per le vittorie politiche della dittatura comunista, le feste per le nozze di Enver Hoxha.

Rimembranze, abbracci e pianti tra i “giovani” componenti della squadra degli anni ’40.

Il direttore del Dajti, Spartaco, fece da anfitrione e ricordò con enfasi tutte le tappe di quella storica impresa sportiva. Seguirono applausi, strette di mano e qualche lacrima sui volti emozionati.

Il salone delle feste con le sue prorompenti tende rosse e i grandi lampadari di vetro di Murano, l’imponente scalone con le colonnine della balaustra cadenti, le stanze stile impero con le tappezzerie logore, i mobili e le suppellettili con la patina del tempo, sembrarono aver ritrovato i fasti del passato.

In compagnia degli amici albanesi, zio e nipote ripercorsero le strade ed i luoghi testimoni dell’odissea di molti anni prima. Il rustico incompiuto di Tirana era risorto al rango di villa ed aveva anche i balconi, la casa dei nonni a Valona era poco più di un rudere così come le carceri dismesse che erano diventate un monito per le nuove generazioni. Perfino l’insegna e la struttura della Banca dove Giuseppe era stato Direttore, a parte il significato, non era cambiata molto, dagli anni dell’ occupazione italiana titolava: “BANKA KOMBETARE E SHQIPNIS” mentre ora era“BANKA E SHTETIT SHQIPTAR”; anche le stanze dove Aldo aveva visto per la prima volta la luce, i mobili e le tende risentivano del peso di quegli anni.

Il porto di Durazzo dal quale i componenti della famiglia avrebbero dovuto essere imbarcati verso l’Italia, come profughi, era ancora costellato da inutili bunker. Fili spinati circondavano l’area portuale e militari in assetto da combattimento vigilavano sui moli.

Come in un incantesimo il tempo sembrava essersi fermato a cinquant’anni prima.

Il sottoscritto stava vivendo allora i quattro anni mancanti della propria storia.

Grazie a particolari autorizzazioni, io e lo zio fummo accompagnati all’ex carcere politico di Burrel. Un luogo lontano da Dio e dagli uomini nel vero senso della parola.

Per arrivarci percorremmo una strada infernale, tortuosa, spesso sterrata, piena di buche che si incuneava, con pericolosi tornanti, tra brulle montagne e vallate incolte, guadando sassosi torrenti e attraversando traballanti ponti.

Dopo qualche ora di fuoristrada, da Tirana, verso nord-est, giungemmo al famigerato carcere, un edificio basso e fatiscente, circondato da due file parallele di reti arrugginite intrecciate con filo spinato.

Alcune guardie, in veste di guide, presidiavano quello che era stato il luogo più temuto dagli albanesi. C’erano una ventina di celle buie lungo un corridoio interrotto da cancelli. Ogni cella aveva cinque materassi a terra e una piccola apertura esterna con sbarre. Un’unica cucina era destinata sia alle guardie che ai carcerati, poco distanti si trovavano sei cessi in cemento comuni a tutti. Al centro del fabbricato, la stanza delle torture e l’infermeria.

Due persone, Angelo Kokoshi e Pietro Velai, sopravissute agli orrori, avanti negli anni e provate nel fisico si presentarono come i compagni che avevano condiviso con Giuseppe quell’odioso periodo e fecero a gara per raccontare le loro disavventure. Iniziò Angelo:

“Tuo padre lo hai conosciuto attraverso i racconti di tua madre e tuo zio, ma la sua vera natura era quella vissuta tra noi, nei terribili anni di prigionia, durante la dittatura di Enver, quando ci trattavano come “Nemici del Popolo e Criminali di Guerra”. Non eravamo considerati esseri umani ma solo animali da sterminare, insomma noi eravamo come microbi contagiosi.

Mi dispiace riferirti cose che per te sono dolorose, ma caro amico, devi essere orgoglioso di tuo padre che non si è mai piegato malgrado le pene disumane che quei disgraziati, trasformati in animali dall’ideologia Marxista, ci infliggevano.

La sofferenza si tramuta in orgoglio, passione e forza di sopravvivenza.

Dentro di te nascono l’odio ed il rancore che crescono al rinnovarsi delle ingiurie di quegli aguzzini ma aumentano la solidarietà con chi condivide la tua sorte.”

Continuò Pietro:

Caro Aldo! Tu sei il figlio del Direttore! Lui è stato un grande uomo: ci spiegava la politica, ci leggeva i giornali, aiutava le nostre famiglie. Noi siamo stati in carcere con lui e lo conoscevamo bene. Lo hanno messo dentro ingiustamente, era un grande italiano.

Per tuo padre sono stato un vero amico, lo dico sinceramente e onestamente davanti a Dio e alla sua anima.

In quegli anni di carcere sia a Valona che a Burrel, abbiamo diviso non solo il boccone e le sofferenze ma anche qualche brandello di gioia, se possiamo chiamarla così, pochi magici momenti che capitavano spontaneamente e svanivano rapidamente.

Dio non distingue tra cristiani o maomettani, tra italiani e albanesi.

Dio è di tutti. Sia lodato.”

Nell’ascoltare quelle parole, così profondamente umane, la mia emozione raggiunse limiti mai provati prima, mi sforzai di assumere un atteggiamento di circostanza ma non riuscii a controllare né i miei movimenti né i miei pensieri, mi sentii confuso, quasi stordito, come il protagonista di un sogno da cui non riuscivo a liberarmi.

Quelle parole dette con semplicità in uno stentato italiano mi fecero trasalire: io ero il figlio di un padre importante, di un uomo che gli stessi albanesi avevano ammirato e che tuttora ricordavano con onore ed affetto. Si, io ero il figlio di quel padre che era morto percoerenza con il suo ideale di vita.

Il cuore mi palpitava d’orgoglio e la commozione mi permise solo un breve sorriso di consenso rivolto a quei due poveri uomini, che erano stati testimoni diretti di tante crudeltà.

Il meno provato e forse il più giovane dei compagni di cella, tra l’orrore e la commozione generale, descrisse le torture che lì si praticavano, le brutalità dei carcerieri, le morti cruente e gli ultimi momenti di vita di Giuseppe, quell’unico italiano, così buono ed indifeso da incutere la forza di resistere anche a loro. Erano troppo importanti per Angelo quei ricordi, finalmente aveva di fronte degli interlocutori interessati che lo avrebbero ascoltato fino in fondo:

“Avevo 21 anni quando mi condannarono a morte.

Sono rimasto per 76 giorni legato mani e piedi come un cane.

Per costringermi a firmare la denuncia contro altri miei compagni mi fecero scavare per tre volte la mia tomba, ma non mi sono mai arreso.

In carcere c’erano anche mio padre e mio zio. Di mio fratello a Tirana non sapevo nulla.

Quando mi hanno graziato la vita commutandola in ergastolo, ho saputo della morte di mio padre: due giorni dopo è stato fucilato mio fratello.

Tre giorni dopo la mia uscita dall’isolamento, mio zio morì tra le mie braccia.

Mia madre per il dolore morì qualche giorno dopo.”

Il racconto di Angelo mi fece accapponare la pelle: la sua era stata una vera tragedia.

Ci guardammo l’un l’altro ma di fronte a quegli avvenimenti ci sentimmo tutti piccoli piccoli e sprofondammo nei nostri pensieri quasi a nasconderci.

La vecchia guardia, che faceva da guida al piccolo drappello, annuiva con freddezza al racconto di quanto avveniva lì negli anni tra il ’30 ed il ’50. Quante altre tragiche verità avrebbe potuto raccontare che rimarranno sepolte ma indelebili nella sua memoria!

Una delle torture consisteva nel rompere le ossa delle braccia, delle gambe o le costole della “testa calda” e abbandonarlo in “infermeria”: se era abbastanza forte sopravviveva altrimenti… tutto ciò accadeva di notte in modo che le urla del poveretto si potessero sentire in tutto il carcere al fine di terrorizzare i reclusi.

Spesso capitava che dopo le percosse il carcerato venisse legato mani e piedi e immerso in un fusto colmo d’acqua. Lasciato all’intemperie durante la fredda notte invernale al mattino dopo era congelato. Il cadavere avvolto in un lenzuolo veniva gettato in una fossa ben visibile dalle celle. Il macabro rito era accompagnato da cori di scherno delle guardie nei confronti del cadavere e dei carcerati ancora vivi.

Anche Giuseppe era là, nudo, sotto la terra fredda di una fossa, nel campo all’interno della recinzione del carcere di Burrel, stretto in un abbraccio con i suoi amici albanesi che avevano subito la sua stessa sorte.

Né la Banca d’Italia, né la Croce Rossa Internazionale, né il Governo italiano poterono o vollero fare alcunché. Molte furono le responsabilità a cascata delle varie Autorità ma nessuno se ne fece carico. Era meglio “seppellire” fatti, cose e persone che avrebbero potuto creare imbarazzo alle alte gerarchie dello Stato Italiano e a quello Albanese.

Dal canto suo Enver Hoxha non chiedeva di meglio, aveva ottenuto la sua vendetta personale nei confronti di Giuseppe e della sua famiglia.

Dopo tanti anni, vissuti nel ricordo e nell’amarezza di non aver potuto riavere le spoglie del padre del proprio figlio, anche mamma Aurelia aveva raggiunto Giuseppe, il solo grande amore della sua vita terrena.

***

Ancora oggi la mia Odissea non è finita, nonostante le molteplici richieste mie e delle Istituzioni italiane al Governo albanese per la riesumazione delle spoglie dei detenuti morti nel carcere di Burrel e le promesse di intervento dalle più alte Autorità e dai vari Ministeri, le ossa di quegli uomini sono ancora sotto la fredda terra di quel luogo famigerato.

Mi domando perché sia così difficile intervenire in quel campo, compreso tra le due recinzioni del carcere. Sono stato accompagnato su quel terreno più volte, ogni volta che ho chiesto informazioni le risposte sono state sempre vaghe e inconcludenti, spesso contraddittorie. Nessuno sapeva o non voleva dire cosa era realmente accaduto, in quel luogo, tra gli anni ’40 e ’50.

Paura, conflittualità, complicità, omertà?

Credo che sarebbe utile alla politica albanese, considerando la giusta propensione all’ingresso nella Comunità Europea, non continuare a coprire il proprio passato.

Per evitare incomprensioni e accuse indebite sarebbe sufficiente intervenire scientificamente, con scavi precisi e coordinati, in modo da non lasciare più dubbi ad alcuno e far riemergere finalmente la verità sulle sepolture all’interno del carcere di Burrel.

Aldo Renato Terrusi