Noi e quel pallone gonfiato chiamato Bunker - Shqiptari i Italisë

Histori
Era l'inevitabile ”compagno di giochi” di noi bambini nati nell'Albania durante il regime. Non perché ci faceva simpatia od era di compagnia, ma per il semplice fatto che ce lo trovavamo sempre tra i piedi, o meglio: lui rimaneva da anni fisso, immobile nella piazzola antistante il nostro condominio e, volente o nolente, lui con la sua arroganza ed invadenza, metteva sempre il naso tra di noi ed i nostri giochi.
di Adela Kolea

Durante la nostra infanzia in Albania, per noi della generazione degli anni ’80 - e penso anche per le generazioni precedenti alla nostra - era solito giocare all’aperto. Il gioco all’aperto era la nostra passione! Non solo per il fatto che trascorrevamo maggior parte del tempo, specialmente durante le vacanze estive, a giocare fuori con tutti gli amici, ma anche per un altro fattore: per quello collegato al fatto che, avendo avuto in possesso dei giocattoli solo in maniera limitata, tra cui, quelli tecnologici erano totalmente inesistenti, spettava alla nostra fantasia e creatività di venirci incontro per inventare tutti quei giochi, soprattutto da strada: oltre a calcio, pallavolo anche il salto alla corda, il tiro alla fune, la palla bollata, a nascondino, la fionda, le biglie da colpire, il monopattino piatto, costruito con legno e cuscinetti a sfera, il gioco della campana, disegnando sull’asfalto la campana che desideravamo con i gessetti, l’arco fatto da soli, il gioco dell’arco e del bastone, a ruba bandiera, il girotondo e chissà quanti altri giochi che ora forse mi sfuggono.

Ma noi, nel nostro quartiere a Tirana, oltre ad essere tanti coetanei, come vicini di casa ed amici a formare un bel gruppo che di solito andava molto d’accordo nel gioco e nella quotidianità, avevamo anche un particolare “compagno di giochi”.

Ebbene sì: lui si chiamava Bunker.
Infatti, veniva chiamato Bunker allora e il suo nome è rimasto tale tutt’oggi. Certo, i nomi non cambiano, non sono cambiati per noi e ciò non sarebbe accaduto nemmeno a lui. Un nome strano, antipatico, diverso dai nostri nomi, e poi, diverso per costituzione, forma, genere e natura.
Ci risultava però nostro malgrado, inevitabile non chiamarlo ”compagno di giochi”, non perché ci faceva simpatia od era di compagnia, ma per il semplice fatto che ce lo trovavamo sempre tra i piedi, o meglio: lui rimaneva da anni fisso, immobile nella piazzola antistante il nostro condominio e volente o nolente, lui con la sua arroganza ed invadenza, metteva sempre il naso tra di noi ed i nostri giochi. Questo perché, per poter calcolare lo spazio per organizzare una partita di calcio, di pallavolo, di palla bollata, di salto alla corda ed altro, noi dovevamo fare i conti con lo spazio che toglieva dal nostro territorio di gioco, lui, Bunker! E non era nemmeno magro, altroché: era grasso, aveva una circonferenza, un girovita considerevole e dovevamo stare alla larga del suo raggio insomma, per poter giocare in pace. Soprattutto quando si trattava di un certo orario, in cui tutti i bambini del vicinato scendevano a giocare in strada ed eravamo tantissimi.

Questo nostro compagno Bunker, non era alla fine poi così passivo e taciturno, anzi, il contrario: a volte, quando meno te l’aspettavi, tu stavi ad esempio, a dormire nel tuo letto in piena notte, quando sentivi le sue tremende “urla”. Quest’ultime consistevano in una sirena di allarme che ti metteva addosso una tale paura, facendoti svegliare di colpo, per cui, ti dovevi alzare velocemente, prepararti e vestirti, e sapete per andare dove?
A fare visita a questo compagno antipatico, Bunker! Una visita collettiva la nostra, da parte di tutto il condominio e del vicinato. Si trattava di una “visita” forzata questo accesso al Bunker e valeva per ogni quartiere, dettato dalla ideologia e dalle norme prefissate da parte del sistema al potere e chiaramente, guai a chi disobbediva o contestava.
C’erano state delle persone che magari avevano trasgredito a queste regole e ad altro di simile, ma dopo un po’, di quelle persone, sfortunatamente, non si era venuto a saper più nulla. Che il Bunker grasso li avesse inghiottiti?

Tutti ammassati dentro il Bunker!
Ma, sorprendentemente, per la gioia dei nostri genitori o meglio, di buona parte dei genitori - i quali erano i primi a preoccuparsi dell’effetto che quest’impresa pesante avesse su di noi bambini - ma soprattutto, per la soddisfazione del segretario dell’unico partito esistente, colui che rappresentava il Partito nel nostro quartiere, noi bambini, dopo aver superato quella fase iniziale da assonnati, questa visita forzata, per grandi e piccoli al bunker del quartiere, non la prendevamo poi così tanto male. Forse per l’età spensierata e per il fatto che in un niente si inventavano dei giochi, noi quella impresa, nonostante fosse insolita e venisse effettuata in piena notte, la consideravamo come un bel ritiro!
 
In quanto, alla fin fine, ci trovavamo tutti, nessuno poteva mancare. Dopo un po’ che i nostri genitori chiacchieravano, sempre a bassa voce, anche noi facevamo la stessa cosa con i nostri discorsi e scherzi, perché no, con qualche gioco improvvisato lì sul momento, come il cosiddetto gioco del “telefono guasto”, che consisteva, da seduti tutti in fila, ripetere nell’orecchio del proprio vicino, la stessa parola che aveva inventato e pronunciato il primo della fila, e verificando alla fine se quella parola, tramandata in finale, coincideva con ciò che aveva inventato all’inizio il primo della fila, oppure se, andando verso la fine, qualcuno la trasformava ed interpretava una parola per un’altra, venendo in questo modo, espulso dal gioco. Questo, oppure il racconto di qualche favola per ammazzare il tempo, affinché il nostro compagno Bunker, non si stufasse della nostra presenza, di tutta quella folla di grandi e piccoli e ci buttasse fuori dalla sua grossa pancia. Ma, nemmeno questo avveniva in maniera serena, tanto era particolare quel Bunker! Soltanto dopo aver sentito un ennesimo suo “urlo”, cioè un’altra sirena d’allarme, potevamo lasciare quel “habitat”, per noi temporaneo.

In quella tenera età noi ragionavamo solo in base a ciò che era della nostra portata, o meglio, ci lamentavamo soprattutto del nostro Bunker, di quello che avevamo ogni giorno davanti agli occhi. Ma non sapevamo con esattezza, nonostante a occhio libero, ne notavamo parecchi suoi simili ovunque girassimo, che per una popolazione come la nostra di 3 milioni di abitanti, i bunker erano così tanti in proporzione ad essa, che a momenti ad ogni 3 persone spettava un Bunker, tutto suo! Un lusso insomma.

Ora si sente parlare di varie iniziative da parte di artisti, specialmente di architetti e pittori, che cercano di sfruttare queste cupole legate alla nostra storia, per uso culturale. L’idea è bella e penso che, di questo nuovo look alla fine, dovrebbero essere contenti anche i Bunker stessi. Anche perché, col passare del tempo, l’aspetto di chiunque e di qualsiasi cosa cambia, deteriora, quindi nell’abbellirli, rinnovarli per portarli un po’ al passo col tempo, è una cosa di cui non dovrebbero avere da lamentarsi, con tutti gli insegnamenti e la disciplina ferrea che avevano ricevuto loro stessi un tempo e a cui obbedivano, cioè tra l’altro, a quelli di essere fedeli, fanatici e conservatori delle decisioni dei propri padri inventori.

Temporaneo era l’accesso ed anche la nostra permanenza al Bunker, ma necessarie quelle simulazioni secondo il sistema, da tenerci allenati e sempre in allerta davanti ad ogni eventuale attacco di alieni o altro.
Noi, allenati lo diventammo, a forza di entrare ed uscire da quel Bunker, unica cosa è che, non potemmo mai mettere in discussione ed alla prova, quel nostro allenamento e le nostre esercitazioni di fronte ad un vero attacco straniero.
Ci venivano inculcate paura, paranoie e diffidenza nei confronti dello straniero, ma guarda caso, l’unico estraneo alla nostra infanzia, avrebbe dovuto essere proprio quell’ ingombrante pallone gonfiato, il Bunker!

Erano passati ormai tanti anni dal momento in cui lasciai l’Albania e appunto, dopo un po’ che mancavo dal mio paese, vi tornai per un breve soggiorno. Feci ritorno anche nel mio vecchio quartiere di Tirana per salutare degli amici e parenti cari, di quei pochi rimasti nello stesso luogo, ma nell’avvicinarmi al mio vecchio condominio, nel ripercorrere le stradine in cui un tempo giocavamo, non potevo non girare la testa alla ricerca, oltre dei luoghi a noi indimenticabili d’infanzia, anche di un’altra cosa: dovevo, per forza di abitudine e di lunga convivenza già dai vecchi tempi, cercare un personaggio rimasto impresso nella mia memoria, di un “compagno di giochi” strano e ingombrante.

A mia sorpresa, lui era lì! Fermo, immobile, tra le vecchie case, tra gli edifici nuovi costruiti di recente, con un aspetto totalmente diverso “fisicamente”. Era tutto colorato con delle bombolette a spray, pitturato, un po’ mimetizzato nel nuovo ambiente circostante.
Mi avvicinai ed ebbi come l’impressione che mi dicesse: “Sono contento di vederti ma sappi che, voi bambini di un tempo, mi mancate e sai perché? Non è che nel quartiere ora ci sono di meno bambini, ma c’è una differenza: ora i bambini non giocano più in strada quanto voi e non ho la compagnia che mi regalavate voi. Ora, a farmi compagnia ci sono dei pezzi di metallo, delle auto di vari modelli, marchi e colori, ora faccio si può dire un po’ da custode per queste auto che mi circondano. Loro di me si fidano, sai? Sarà forse il mio aspetto imponente di sempre”.