La gabbia errante - Shqiptari i Italisë

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Il mio parere da bambina del Bllok? Mi sembrava una gabbia soffocante, dall’aria pesante, dall’aspetto dei militari fuori, con i mitra in mano e che la circondavano, che mi mettevano paura. Ai miei occhi, i bambini che vivevano dentro sembravano tristi, infelici, nonostante il lusso che li circondavano, nonostante la loro gabbia fosse dorata e ricoperta di pietre preziose. Appena entrai nella fase adolescenziale, capii che la loro “gabbia” era fatta apposta per dividere e distanziare loro da noi, era fatta sì per accentuare le nette differenze già esistenti, ma che la loro, era una gabbia errante! Errante sì, in quanto, loro con quella gabbia, potevano girovagare in tutto il mondo. Al contrario, eravamo noi a vivere in un’altra gabbia, serrata da tutte le parti. E la nostra era ferma, ben piazzata, immobile, con fondamenta nel più profondo del terreno, da cui nessuno poteva scappare
Di Adela Kolea

Tirana, anni ’80.
Frequentavo le scuole elementari. Ogni volta che mi arrivava un invito di compleanno da parte di un compagno di scuola, la gioia era indescrivibile, com’è normale che lo fosse per tutti. Ma in alcuni casi particolari, questa gioia prendeva una forma diversa, forse la soggettività entrava a farne parte di essa con insistenza, mescolata con altre sensazioni. Quali erano queste altre sensazioni?
Ve lo spiego subito. Una festa di compleanno, allora per noi era sempre organizzata nell’ambiente di casa, non usavamo andare fuori in locali, non c’erano i colori, le luci, gli animatori che oggi fanno da cornice ad una festa per bambini in Albania ed altrove. Dunque, ci recavamo a casa del festeggiato/a , con in mano i regalini, i bigliettini di auguri originali fatti da noi. L’atmosfera di festa non mancava mai in queste case, nonostante la carestia, i vari problemi quotidiani della gente. Le mamme cercavano in tutti i modi, quel giorno che i propri figli avrebbero avuto come ospiti per il compleanno gli amici, preparando dei dolci, bibite, tutto fatto in casa, il tutto accompagnato da sorrisi, ospitalità ed allegria, che la festa riuscisse nel migliore dei modi.

C’erano però, delle feste di compleanno più particolari del solito. Non oserei dire che più particolari di noi lo erano quei nostri compagni, questo no, ma ad ogni modo, persisteva una notevole differenza tra noi e loro. Già per il fatto che sono costretta a riportare il confronto dei termini “noi” e loro”, questo introduce in un certo modo l’abisso che ci divideva.
Si trattava dei nostri compagni di scuola, nipoti degli esponenti del regime dittatoriale in cui vivevamo.

Dovrei aggiungere con tutta sincerità, che anche loro non erano tutti uguali in simpatia o antipatia, in quanto le loro capacità relazionali alla fine, nonostante le raccomandazioni familiari a cui erano sottoposti di mantenere certe distanze con la gente semplice del popolo, diventavano relative e guidate anche da un fattore prettamente personale di carattere, temperamento e sensibilità più o meno accentuati in uno oppure in un altro. C’era chi era più estroverso, più aperto nelle relazioni con i compagni di scuola, e c’era anche chi, taciturno, introverso, viveva in un mondo un po’ tutto suo.
Nonostante a dei bambini non si possono mettere restrizioni, almeno nell’immaginazione, noi tutti credevamo che “il mondo era tutto nostro”. Ma crescendo e superando quella ingenuità dell’età delle elementari, avremmo capito che “il mondo, più che nostro, era tutto loro!”

Quando il percorso casa - scuola lo seguivamo in gruppi di amici, a piedi, tutti noi vicini di casa, come si faceva a non notare la differenza di chi arrivava a scuola in auto, ma neanche in un’auto qualsiasi – le automobili private poi, per noi non esistevano -  in auto lussuosa, dalla lucidità accecante, tutta scura, dai cristalli dei finestrini scuri anch’essi, accompagnati dall’autista, sia per l’arrivo a scuola, che per il ritorno? Venivano privati questi bambini, anche di quel spazio temporale mattutino di scambiare due chiacchiere e due  scherzi strada facendo con gli amici. Uno forse dirà: non ne erano neanche interessati, ma questo un po’ in dubbio lo metterei, in quanto l’infanzia ha bisogno di queste cose forse, più di altre comodità ed agevolazioni.

Torniamo alle feste di compleanno.
Quindi, anche una loro festa di compleanno, come sarebbe risultata a noi? Anche qui, le impressioni prettamente personali da parte mia ma che però, nel frattempo, notavo che trovavano delle assomiglianze e conferme anche nei pareri degli altri amici, sono collegate appunto all’atmosfera che circondava una festa loro, dal momento in cui tu ricevevi l’invito, alla preparazione del regalo, al fatto di metterti avanti a procurarti dei bei vestiti per fare non solo bella figura ma, più che altro, per non stonare dalla differenza con il modo in cui loro vestivano. E questo per molti, diventava un’impresa davvero dura!

Per me questo almeno non è mai stato un problema, in quanto io vestivo alla loro pari, da bambina, in quanto i parenti in Italia, nonostante a fatica, riuscivano a farci arrivare in Albania dei bellissimi vestiti, che siccome mi dispiaceva per le mie amiche a cui questi mancavano e li desideravano così tanto, a volte davo anche a loro in prestito – questa era una cosa normale per noi, dettata dalla carenza economica generale – e ce li scambiavamo volentieri, facendo in modo di rendere possibile anche alle altre amiche, il sogno di indossare un bel vestitino o una bella maglia. E che non osi nessuno di parlare di sensi di inferiorità e di insicurezze, che sono collegati anche con il semplice fatto dell’abbigliamento, che nessuno osi parlare di superficialità, in quanto, un bambino, queste cose, le vive così come le vede sulla propria pelle, e se desidera un bel vestito, ma non lo può avere, non è colpa sua questa. E non è colpa sua nemmeno quella di notare attorno a se, delle differenze enormi, nonostante si limitassero al solo modo di vestire.

In realtà, queste differenze, magari si limitassero solo nel vestire. Esse erano ben più profonde. 
Ecco, il loro modo di vestirsi: non era stravagante - almeno da bambini, perché nell’adolescenza si poteva notare il contrario poi - anche perché loro dovevano fare da “esempio” per quanto riguardava questo aspetto, nei confronti degli altri coetanei, ma con tutta la pubblicità  - “pubblicità” non è il termine adatto, in quanto la parola “pubblicità “ di per se apparteneva al sistema capitalista, nostro nemico ed all’economia del suo mercato, da noi  “disprezzata, ignorata” – con tutta la demagogia che innalzava i prodotti interni albanesi, anche nel campo dell’abbigliamento e del confezionamento, loro, guarda caso non indossavano neanche uno di questi capi di abbigliamento nazionali, prodotti in Albania. Già: vestivano “all’occidentale”. Noi supponevamo che nell’occidente si vestissero così insomma. Chi mai, l’occidente l’aveva visto d’altronde? Solo chi, fuggito dalla linea di confine dal filo di ferro spinato, intrecciato di fili di alta tensione, in Albania non ne aveva più fatto ritorno per poterci riferire, o per scelta sua chiaramente, o per il semplice fatto che su quella linea di confine era avvenuto il termine della sua esistenza.

Bene, preparativi pronti, ci si trovava tutti davanti alla scuola e ci dirigevamo verso il loro “reame”.
Qualcuno mi dirà: eppure, ti trovavi nella lista ristretta e selezionata di nomi degli invitati. Anche perché la selezione - brutto dirlo per delle feste di bambini, con bambini inclusi od esclusi ad esse - era un altro dettaglio fondamentale per poter partecipare alle loro feste. Non so se era da considerare un privilegio o meno.

Arrivare a raggiungere a piedi un’altra città dentro la nostra, la loro dimora, “Bllok”! 
Militari armati ovunque, Dio, che senso di paura e angoscia, che tristezza! Eppure non avrebbe dovuto essere questo lo spirito con cui si va ad una festa, ma purtroppo, per noi bambini, - e penso anche per degli adulti alla fine - queste erano delle cose che comportavano una carica emozionale non indifferente. Era tutto il contesto di per sé che ti faceva coinvolgere in delle sensazioni strane, come se ti fossi staccato dalla tua realtà quotidiana.

Quanto lontano mi sembrava il mio quartiere, la mia casa, i miei genitori! Mi sembrava come se avessi raggiunto un altro stato addirittura! Infatti, se non proprio un altro stato pressappoco, quel luogo era per noi, talmente estraneo, talmente differente, freddo, distante, angoscioso.
La casa del festeggiato? Che dire, una villetta, magnifica, dentro arredata in un modo a noi altrettanto sconosciuto, che andava in forte contrasto con l’arredamento tipico e quasi uguale per tutte le nostre abitazioni.
I preparativi della festa, insoliti anch’essi: biscotti, bibite e dolciumi arrivati da qualsiasi angolo del mondo, fuorché l’Albania, insomma, un contesto che, devo essere sincera, mi faceva stare un po’ sulle spine.

Non era il mio ambiente, non era il mio modo di festeggiare un compleanno, non era la mia gente, in poche parole non ero e non eravamo a nostro agio! 

Il mio parere da bambina per quell’ambiente?
Oh, mi sembrava una gabbia. Soffocante, dall’aria pesante, dall’aspetto dei militari fuori, con i mitra in mano e che la circondavano, che mi mettevano paura.
Quei bambini che vivevano con i loro familiari in quella gabbia?
Ai nostri occhi sembravano tristi, infelici, nonostante il lusso in cui vivevano, nonostante la loro gabbia fosse dorata e ricoperta di pietre preziose.

Questo, rimase il mio parere su di loro solo per pochi anni. Appena entrai nella fase adolescenziale, capii che la loro “gabbia” era fatta apposta per dividere e distanziare loro da noi, era fatta sì per accentuare le nette differenze già esistenti, ma che la loro, era una gabbia errante! Errante sì, in quanto, loro con quella gabbia, potevano girovagare in tutto il mondo.
Al contrario, eravamo noi a vivere in un’altra gabbia, serrata da tutte le parti, eravamo noi ad essere circondati da altri militari, da altre imposizioni o rinunce. La nostra non era una gabbia errante, la nostra era ferma, ben piazzata, immobile, con fondamenta nel più profondo del terreno, da cui nessuno poteva scappare.
Almeno, ancora per un po’.

Quella gabbia errante, apparentemente cessò di esistere con il cambiamento del sistema politico in Albania. Mi chiedereste perché uso il termine “apparentemente”?

Perché qualcosa mi dice che quella gabbia errante, in Albania continua ad essere sempre lì, avendo cambiato forma, aspetto  ed uso, ma di cui vecchi amministratori che, in generazioni precedenti l’hanno costruita e gestita, così come hanno guidato tutto il resto del paese, ora attraverso gli eredi, se non risuscitano, rimangono delle ombre eterne nella vita di quel popolo.

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