Shqiptarë të Italisë - Shqiptari i Italisë

II miei pensieri
non restano fermi,
si muovono, corrono
incessantemente.
(21) [i]
Saggio di Lorenzo Spurio, scrittore, poeta e critico letterario

Irma Kurti appartiene a quel novero abbastanza ampio di intellettuali della repubblica albanese che, a seguito degli avversi avvicendamenti politico-sociali del proprio paese, sono giunti in Italia nei decenni scorsi e hanno finito per eleggere come patria adottiva, appunto, quella italiana. Si tratta di una compagine estesa di esperienze letterarie e poetiche estere che, per riferirci alle sagge e pertinenti considerazioni del poeta e scrittore italo-brasiliano Julio Monteiro Martins, hanno finito per incunearsi nella letteratura italiana, arricchendola sensibilmente e meritoriamente, speziandola e mitigandola aprendola a nuove tematiche, esigenze, moniti e forme. Scrittori di migrazioni o extra-comunitari che, giunti nella nuova residenza dove hanno creato famiglia, trovato lavoro e si sono assicurati un presente, hanno fatte proprie le esigenze di esprimersi anche con la nuova lingua, quella del paese ospitante, l’idioma della nuova realtà abitativa. Va, però, anche detto che questo non è stato in linea generale un procedimento automatico e valido in forma globale nel senso che vari intellettuali dell’Albania, a vari livelli (cito la poetessa Mardema Kelmendi) pur giunti nel nostro paese in forma stabile, e dunque a contatto diretto con la nostra lingua, hanno preferito continuare, nell’atto scrittorio, adoperando la sola e unica lingua madre. Scelte individuali al contempo rispettabili e custodi di un diverso rapporto con la propria patria o, piuttosto, dominate da motivazioni prettamente biografiche e intime, personali e soggettive, a volte addirittura traumatiche o lacerantemente nostalgiche, ancor più difficili da indagare o cercare di ipotizzare in mancanza di una chiara e diretta conoscenza con l’autore in oggetto.

Ritengo utile approfondire il percorso letterario e poetico della Kurti iscrivendone ancor meglio il tracciato all’interno della compagine della letteratura albanese della quale è senz’altro doveroso riconoscere l’importanza del contributo fornito da un intellettuale quale Ismail Kadare (Argirocastro, 1936). Egli, pur avendo esordito con la poesia, è divenuto poi piuttosto celebre come narratore dando alle stampe numerosi romanzi, i principali dei quali sono stati tradotti nelle maggiori lingue. L’opera poetica di Kadare è contenuta in alcuni libri: Le ispirazioni giovanili (1954), I sogni… (1957), Il mio secolo (1961), Perché pensano queste montagne (1964), Motivi di sole (1968), Il tempo (1976); ritornerà alla poesia alcuni decenni più tardi pubblicando Gocce di pioggia caddero sul vetro (2003) per poi rivelare pochi anni dopo in un’intervista che non avrebbe più scritto poesia. Giovanni Belluscio ha rivelato che la poesia di Kadare tradotta e conosciuta nel nostro paese è prettamente di argomento politico e richiama, per una maggiore trattazione, i volumi Tre poeti dell’Albania di oggi: Migjeni Siliqi Kadare curato da Joyce Lussu (Lerici, Roma, 1969) e La poesia degli albanesi (Eri, 1977); di contro il corpus più marcatamente lirico e meno impegnato risulta meno noto e oggetto di alcune recenti traduzioni ed edizioni anche nel nostro Paese.

Giuseppina Turano lo definisce “personalità eclettica: poeta, prosatore, pensatore, autore di saggi che aprono dibattiti e scatenano reazioni perché alla polemica letteraria quasi sempre fa seguito quella ideologica”. L’attenzione principale di Kadare, quale interprete di una società in seria difficoltà, è stata quella di rintracciare il legame culturale, storico e ancestrale della terra d’Albania in relazione al macro-contesto dei Balcani connettendolo alla comune appartenenza dell’ambito e di influenza europea. Come ha osservato la critica l’opera di Kadare, quella dei suoi romanzi, si è contraddistinta per ininterrotte e continue operazioni di revisione, correzione e rimaneggiamento: esistono plurime versioni di bozze delle sue narrazioni a testimonianza di un propulsivo atto creativo e di un’incalzante e mai doma necessità di rileggersi e di riscoprirsi.

Ismail Kadare risulta difficilmente catalogabile in una possibile stagione letteraria, ammesso che tale definizione possa dirsi plausibile nell’Albania fosca e turbolenta degli anni di regime. Difatti la sua posizione ideologica fu tutt’altro che avulsa dalla dimensione politica divenendo ben presto voce in appoggio al regime di Enver Hoxha. Non va dimenticato che il dittatore nel 1973, nell’occasione dell’imminente pubblicazione del romanzo L’inverno della grande solitudine (titolo originale Dimri i vetmisë së madhe), gli scrisse dandogli istruzioni su come meglio aggiustare il tiro nelle pagine in cui, pur implicitamente, alludeva alla sua figura e al suo contesto. Le correzioni proposte, da lui prontamente avallate, trovarono la loro forma definitiva nel testo che venne alla luce qualche anno dopo, assicurando allo stesso autore il beneplacito nonché la protezione. A differenza di intellettuali ritenuti sovversivi, l’attività letteraria di Kadare non venne solo consentita e accettata ma fu innalzata e promossa dal regime perché fonte e mezzo di accettazione, consenso e propaganda dell’ideologia comunista. Tra gli intellettuali che nell’età del totalitarismo comunista di Hoxha si distaccarono e combatterono per la libertà non possiamo non menzionare Havzi Nela (1934-1988). Di professione insegnante fu ostile all’ideologia comunista e non mancò di dimostrarlo. Fu sorvegliato speciale del regime e le sue opere vennero censurate. Fuggito in Kossovo assieme alla moglie venne arrestato e, per uno scambio di prigionieri tra Jugoslavia e Albania venne riconsegnato alle autorità competenti albanesi dove venne condannato a quindici anni di reclusione per offesa e diserzione nei confronti della patria. Nel 1986 la sua detenzione ebbe fine ma venne confinato nel villaggio di Arren. Quando morì sua madre, l’anno successivo, per andare a porgerle l’omaggio, in un’altra città, si allontanò da Arren. Scovato, venne nuovamente arrestato e questa volta condannato a morte per impiccagione. La condanna ebbe luogo nel 1988. Con l’ottenimento di una società democratica in Albania il governo si impegnò a localizzare il corpo del poeta assassinato e sepolto in un luogo anonimo e il Presidente della Repubblica Sali Berisha lo proclamò “Martire della democrazia”.

Queste sin qui citate sono solo alcune delle figure di chiaro risalto intellettuale della società letteraria albanese, per permettere, sin da subito, di focalizzare le varie e pesanti derivazioni del regime totalitario sofferte dagli albanesi e solo in alcuni contesti portate alla luce, confessate e narrate, anche per mezzo dell’artifizio letterario. Ma ritorniamo ora al nostro interesse primario.

Irma Kurti è nata a Tirana nel 1966. Si è laureata in lingua inglese all’Università degli Studi di Tirana. Nel 1988 ha iniziato a lavorare come insegnante e dal 1990 in poi ha collaborato come giornalista per il “Mësuesi” (“L'insegnante”), il “Dita informacion” (“Informazione del Giorno”) e altri giornali albanesi. Nello stesso periodo ha frequentato corsi di specializzazione in giornalismo in vari paesi esteri, tra cui Germania, Norvegia, Italia e USA. Già nota al pubblico della repubblica delle aquile con una serie di lavori poetici pubblicati e per vari testi musicali che le hanno portato discreto successo, nel suo paese la sua attività letteraria è iniziata da giovanissima: nel 1980, infatti, venne premiata con il primo premio nazionale in occasione del 35° anniversario della rivista “Pionieri” e nel 1989 arrivò seconda al Concorso Nazionale organizzato da Radio Tirana in occasione del 45° anniversario della liberazione dell’Albania. Al pubblico albanese è conosciuta anche come scrittrice di testi di musica leggera, con cui ha partecipato a numerosi festival nazionali. Nel 1998 ha pubblicato il primo cd contenente le sue canzoni di maggior successo e nel 2013 il secondo. Le sue poesie sono incluse in alcune antologie della Libreria Internazionale di Poesia del Maryland, tra le quali Forever spoken (Detto per sempre) e The best poems and poets of 2007 (Le poesie e i poeti migliori del 2007). Inoltre, sue poesie e racconti fanno parte delle raccolte antologiche: Il Federiciano (Aletti Editore, 2010), Antologia del Concorso Diffusione Autori 2011 (GDS Edizioni), Antologia Lingua Madre - Racconti di donne straniere in Italia 2012/2013, Enciclopedia Universale degli Autori Italiani (anni 2013/2014/2015/2016), Adriatico: emozioni d’onde e sentimenti (2017), ecc. Gran parte della sua attività poetica è stata tradotta anche in lingua inglese.[ii] Ha vinto numerosi premi e riconoscimenti letterari in Italia e nella Svizzera Italiana, dove nel 2013 le è stato conferito il Premio Internazionale “Universum Donna” IX Edizione per la Letteratura. È stata inoltre investita della nomina a vita di “Ambasciatrice di Pace” dall’Università della Pace della Svizzera Italiana. In Italia è giunta nel 2006 stabilendosi a Bergamo. Numerose le sillogi poetiche edite nel nostro paese: Risvegliare un amore spento (2011), Sotto la mia maglia (2013), Non è questo il mare (2014), Sulla soglia di un dolore (2016) e la recente Senza patria (2016).[iii]

Il mio approfondimento partirà proprio da questo suo ultimo lavoro, dal cui titolo promana distintamente un senso al contempo di abbandono e straniamento. La condizione di apolide[iv] che la Kurti descrive nella prima sezione di questo libro che contiene liriche che vanno sotto il titolo di “I ricordi in versi” fuoriesce mediante una riflessione prevalentemente amara e nostalgica sul tempo andato dell’infanzia e dell’adolescenza. La patria natia, l’Albania, che la donna ha dovuto lasciare in cerca di migliori condizioni giungendo in Italia viene descritta in qualche modo come perduta. 

Sebbene la poetessa sia ben integrata nel nuovo ambiente, al contempo non può riconoscerlo come suo, come nativo e sorgivo, sperimentando con esso una sorta di rapporto di sopravvivenza, di convenienza, quale surrogato dettato dalle nuove necessità che si sono venute a creare. Si percepisce nettamente nelle liriche di Irma Kurti questa desolante ricerca delle origini, quasi asfittica e rabdomantica, i suoi versi sono come scapestrati abbordaggi verso le coste del suo paese, c’è tormento e una sensazione d’incompletezza che spesso, nella quotidianità rituale del giorno, dà luogo anche a inadeguatezza e tristezza. È in questi momenti in cui la sua situazione di albanese-senza-patria, di straniera, vale a dire di sradicata, che l’animo della Nostra è intaccato più duramente da tutte quelle immagini che hanno contraddistinto un periodo felice e condiviso, spensierato e dominato dall’amore disinteressato. Gli spettri del passato inseguono e fanno capolino di continuo, sembrerebbe con un facile sadismo, in “que[l] suolo estraneo” (15) che, volenti o nolenti, è la vita del presente.

L’immagine dell’Albania di alcuni decenni orsono che traspare dalle narrazioni della Kurti non è affatto positiva: un paese povero e sordido, arretrato e consumato dalla corruzione, negletto al bene sociale, utilitarista e insensibile alle necessità del singolo. Si vedano alcuni estratti significativi tratti dal romanzo autobiografico Tra le due rive (2011): negli uffici albanesi c’erano impiegati indifferenti, maleducati, che d’un tratto cambiavano atteggiamento quando io davo loro soldi di nascosto. […] Si rendevano gentili ed ipocriti, disponibili ad aiutarti. Li odiavo quando si trasformavano così, odiavo tutto il sistema corrotto” (13); “C’erano molte cose che mancavano nel mio paese” (20); “La disonestà dello Stato albanese che non assicurava nulla agli ammalati, contro i politici, contro… tutto il mondo” (37). Del periodo di regime vissuto dall’Albania la poetessa ricorda la censura, l’embargo di prodotti, l’ingorda e laida filosofia inneggiante la retorica di regime: “Al mercato si trovavano solo prodotti nostri, niente dall’estero. Non c’era abbondanza” (101); “La maggior parte delle poesie erano dedicate all’unico partito di quel periodo, Partia e Punes (ovvero il Partito del Lavoro) ed al suo leader, Enver Hoxha. Le poesie, piene di demagogia, esprimevano poco i nostri sentimenti. Tuttavia, questo non ci impediva di essere felici, di gioire quando vedevamo pubblicate le nostre composizioni e di sognare che un giorno saremmo diventati famosi” (102).

Cosa contiene il passato di Irma Kurti? Esso è come un armadio ampio e irraggiungibile dagli infiniti scaffali, con ripiani lunghi e interminabili così imperscrutabili che non si riesce a toccarne il fondo. In essi dimorano “brandelli di memorie [e] conchiglie rotte” (16) e tutti quegli oggetti, quelle erbe e quei colori che ne motivano una coscienza chiara e volitiva atta a “preservare costumi, tradizioni” (13). In questo avvicendamento continuo di pillole di memoria che spesso rendono la spoliazione e il disorientamento fattori preminenti a determinare instabilità, si rivela profondo orgoglio nella Nostra nel rivelare di aver “combattuto da sola […] senza chiedere aiuto” (18) a dimostrazione di una tempra fiera e battagliera.

La poetessa, dai cui versi promanano immagini cariche di romanticismo, non è talmente pessimista e lamentosa da rinchiudere il suo mondo in ciò che è accaduto e può rivivere solo col pensiero, ma parla anche del presente, spazio che non circoscrive ma che definisce tra due limiti in sé astrusi eppure alquanto sconvolgenti e fiaccanti: “noia e stress” (17). Giornate nelle quali ricerca il giusto spazio per lei, il silenzio, allontanandosi dal rumore di fuori per concedersi tempo a sé stessa, ad ascoltare la sua anima. Ma non è così semplice saper ascoltare se stessi se non ci si è formati nella palestra della vita, se non si è riusciti a porre l’importanza del sentire il proprio io dinanzi alle vorticose realtà del contingente; ecco perché, delusa e sfiduciata, la vediamo spesso inetta nell’autogestione del suo apparato volitivo tanto da finire come travolta dall’invalicabile corso degli eventi (“sento che il giorno dalle mani mi sfugge”, 17). Due velocità diverse che creano afasia e distorsione, binari precisamente distanti che raramente sembrano incontrare la giusta congiunzione. Le accezioni del contemporaneo non sono molto fertili e attrattive difatti il mondo è descritto mestamente (ma direi con lucidità) come “crudele e finto” (19) frutto cioè di un uomo che è spesso improntato a generare male contro se stesso e gli altri, di un essere che ha perso la spontaneità per rincorrere ai più biechi meccanismi, compresa la menzogna e il tradimento, per raggiungere i suoi scopi.

In questa disamina di un tempo che trascorre spesso velocemente non permettendo di godere del tuo tempo come vorresti o di distanziarti da quel brulicame di suoni che generano stanchezza, la Nostra parla del “giorno [che] trascina” (19) come un vortice inarrestabile, un getto inconsulto d’aria in refoli ingestibili che fanno arrabattare oggetti, volare foglie e travolgere tutto ciò che incontra nel suo percorso. Metafora ben costruita che rimanda alle puntuali considerazioni filosofiche sul tempo e la sua percezione di cui i più grandi pensatori, da S. Agostino a Shakespeare sino a T.S. Eliot trattarono: il tempo è dissipazione. Qui, nella Kurti, pur avendo una connotazione negativa di un’entità astratta che porta in qualche modo a una situazione di abbrutimento o distruzione dal prima, il tempo porta via come se, pur non visto, ci afferrasse alla mano e ci facesse compiere salti temporali e spaziali consistenti, ci sbatacchia, accelera e ci comanda. In quel tempo – più o meno lungo nel quale siamo “trascinati” – è come se si producesse una sorta di annullamento del nostro micro-cosmo, della nostra essenza. Non esiste, in effetti, una possibile pozione o un nutrimento speciale che possa eludere questo impotente trascinìo al quale siamo soggetti sebbene la Kurti, azzimata da motivi della tradizione classica e agreste, reclama un invito prezioso (il carpe diem a fronte del tempus fugit): “Devi combattere ogni minuto della vita” (19) anche per cercare di mitigare (non è possibile annullarle) le “afflizioni del mondo” (20) mediante un impegno etico che, seppur non richiamato direttamente, sembra percepirsi tra le righe.

Incistate nelle carne le poesie di Irma Kurti parlano di desolazione anche quando la natura sembra intervenire a mitigare quell’assenza e lontananza dalla terra madre: componimenti che nutrono e figliano nella loro recondita eppur viva “nostalgia infinita” (13) tra “ricordi smarriti” (23) che si approssimano a divenire sbiaditi pur restando indelebili e cocenti.  Il percorso umano è allora teso a una sfida continua che, giorno dopo giorno, ha manifestazione sotto un cielo che non è quello che vorrebbe coprisse i suoi pensieri; la poetessa è volitiva e ferma nel suo scopo di “guarire la nostalgia/ della [sua] terra sofferente” (15) o, per lo meno, di tentare. Si stagliano così mondi in sé lontani che la Poetessa mescola nei versi, tra sprazzi di un passato felice che fuoriesce impetuoso come da una sorgiva nei suoi “ricordi lontani” (45) e quel presente difficilmente descrivibile dove “la […] magia si è trasformata in nullità” (23). Curiosa questa attribuzione di immagini in cui il presente, che rappresenta la vita vera che, pur indefessa e a volte cruda, accade ha la forma vaga e annichilente della ‘nullità’ mentre l’infanzia rimane un verde racconto popolare dal lieto finale: “quando vivevo la vita uguale a una favola” (45).

Si pone così il dilemma su come sia possibile (ammesso che, effettivamente, lo sia) convivere con questa situazione di tumulto interiore, d’inadeguatezza fisica, di spossamento psichico, di bilocazione e perdita di personalità. Irma Kurti, consapevole della sua unica natura che aspira a una biunivoca appropriazione degli spazi (“tante volte appartengo/ alle due terre”, 50) spesso si scopre ingabbiata e stordita in questo sistema di ambienti che non hanno felice intersezione: “sono indifesa, fragile/ mi sento un corpo nudo/ in un giorno d’inverno” (50).

La lontananza dal mito dell’infanzia, da quella spensieratezza e godimento ormai tramontati e decisamente relegati a un’età non più ravvicinabile anche per mezzo della dipartita della madre, è al contempo fremito d’amore che s’incunea e si amplifica nei momenti di lancinante assenza e di un naufragio sulla costa del suo paese. Non c’è invito al compatimento sebbene i toni della poetessa si facciano rarefatti e si percepisca l’intensità del tormento intimo, fratello di quello di tanti esuli a lei simili, che, con un rinato coraggio e concretezza (ciò che il mondo del presente reclama e fagocita) avanza la formula di speranza che nasce nella profonda introspezione e recita: “continuerò a esistere così,/ con l’anima che si libra/ nell’aria dei due paesi” (15).

Varie liriche non mancano di rivelare un’umanità disattenta trincerata non di rado dietro i più biechi egoismi; sapendo del parallelismo della Kurti tra passato-favola e dunque un mondo felice e mitico, pare di credere che simili attestazioni si riferiscano al mondo ruggente della contemporaneità che si contraddistingue con la sua età adulta vissuta in Italia. La poetessa, quale abile analista di un popolo spesso stanco e improntato alla noia nonché sedotto dal facile interesse, parla con un monito di stizza seppur taciuto della “freddezza della gente” (27), una forma di lontananza assai più fastidiosa e invalicabile di quella meramente fisica nei confronti del suo paese oltre l’Adriatico.

L’insensibilità è descritta anche nelle forme dell’omertà e dell’indifferenza (la “gente che chiude le orecchie”, 27), in un’incuria etica assai spregevole che porta all’immolazione dell’ego e al bistrattamento del vicino come quando osserva che l’uomo è “insensibile/ alle angosce degli altri” (53). Ritornano spesso le immagini-simbolo della maschera, paravento che annulla la desolante e infingarda realtà per trasmettere l’illusione e l’ipocrisia.

Plastiche e ineluttabili le immagini di dolore e spietatezza che attorniano la poetessa come quella di un impressionante cielo delineato nella sua “camicia insanguinata” (Sotto la mia maglia, 2013) o, ancora, di una giungla[v] indistinta di luci abbaglianti e di suoni indecifrabili: “La mia vita è stata una foresta gigante,/ con sentieri e percorsi, assai complicata” (Sotto la mia maglia, 2013). Irma Kurti rifugge la società sprezzante, egoistica e insensibile all’altro[vi], costituita dai “tanti esseri strani, diciamo bestie” (Sotto la mia maglia, 2013), anelando a uno spazio bianco e sospeso nel quale “incontr[a] gente/ che non sa cosa siano/ gl’intrighi e l’invidia” (Sotto la mia maglia, 2013). Il tentativo spesso appare vano giacché non di rado si palesa dinanzi ai suoi occhi che “Questo è tempo della gente arrabbiata,/ non si sa con chi, con il sole o la luna,/ delle persone che non riescono a tacere,/ quelle che parlano, ma non dicono nulla” (Sotto la mia maglia, 2013). Ci troviamo a vivere – per dirla con altri termini – in una barbarie comunicativa figlia di un’inciviltà sociale sempre più preponderante. Considerazioni che sembrano ulteriormente radicalizzarsi senza scampo o possibilità di tregua: “Ma la pace è sfuggente, scappa/ Il male lì fuori è più potente,/ la sfida e riesce a penetrare/ dentro le palpebre abbassate” (Sulla soglia di un dolore, 2016). In questo seminato dove mai nulla è ciò che appare la vanità indossa i suoi abiti migliori e, agghindata, dietro una smorfia di belletto vive nel gaudio di buffet dove si scorpacciano pregiudizi, false realtà e si fortificano paure.

Nella seconda parte del libro, “Questo amore”, leggermente più esigua da quella che l’ha preceduta, trovano posto liriche intimiste nella forma del canto d’amore che la poetessa rivolge agli amati genitori che ora rievoca. In “Ho bisogno di voi” è contenuta, in un verso accorato e dedicato ai genitori, un sorta di appello verso l’altro. La chiusa della poesia fa ripiombare la poetessa nella drammaticità del presente: “il mondo è estraneo, l’arena di un circo/ riempito di rose e di bestie selvatiche” (60). Scorrono così, con una piacevolezza moderata e un disincanto che si scioglie nelle liete memorie, fotogrammi di una natura amica come il salice piangente, che ora diviene metafora di un lamento infinito, i cieli stellati e “quella bella casa su in collina” (73), antri di una sofferenza epidermica che riaffiora acuita dal senso d’assenza e dall’inquietudine mai doma della lontananza. In “Fino all’alba”, il più alto canto d’amore, forse, dell’intero volume, nella forma di un io lirico rattristito e impotente dinanzi alla malattia. Nel canto lirico il dolore, che nella realtà tracima da ogni parte ed è insolubile anche alla più lieve speranza, diviene una sorta di gioco, pure infausto, dove il cancro è vincibile e sanabile: esso può essere spostato e rimosso a piacimento, come un semplice pezzo di Lego: “spostai la tua malattia nel mio corpo/ […] / trasferii la tua tosse nel mio polmone” (69). Nella complessità di versificare un dolore così ampio, Irma Kurti si palesa come anima sibillina, priva di opacità e remore, talmente appassionata della vita da tentare l’elaborazione del trapasso e del lutto mediante l’abbattimento della carnalità e la costruzione di una dialettica quasi infantile e giocosa, pure laddove la morte non fa sconti a nessuno.

Nell’immagine della figlia che, per dar vita al genitore è disposta a un atto sacrificale assumendosi i dolori sul suo corpo, è patente l’animo compassionevole e il forte legame d’amore che la unisce alla persona cara. “Non morire”, sembra sussurrare, “Io senza di te, non ce la farei”: atto di sfogo, pur nei toni tenui e mai indocili che contraddistinguono la sua penna dove la poetessa si riscopre ancora troppo figlia da non poter credersi donna matura. Si compie così, con un evento assai traumatico e ineludibile, il trasbordo completo da una vita di contentezza e unità familiare a un quotidiano spesso desolante e gravato dalle pillole di memoria. Si realizza uno strappo insanabile, netto; esso a livello psicologico trova forma in una grave lacerazione che ottunde. Il divario che s’instaura con l’eden spensierato, divenuto ormai immagine mitica e danzante, è al contempo componente nel percorso di sviluppo, crescita e approfondimento della coscienza. “Quando si spegne una storia” – per citare un verso della Nostra – la stanza non si riempie di un buio insondabile, piuttosto è ingravidata da un crepuscolo pesante e polveroso dove, nel torbido di una luce grigia, il ricordo dà staffetta al senso dell’esistenza. Nell’affaticamento provocato dalla dominazione di immagini ectoplasmatiche che tornano ad abitare con noi, è pur possibile trovare un segno positivo, quello di una presenza calda e costante, di una protezione continua alla quale siamo stati affidati per affrontare l’incalzante mondo di fuori.

Jesi, dicembre 2017

 


[i] Tutte le citazioni (con il relativo numero della pagina), dove non diversamente specificato, sono tratte da Irma Kurti, Senza patria, Kimerik, Messina, 2016.

[ii] I libri tradotti in inglese sono I knew the gray sky (Ho conosciuto il cielo grigio), 2014, Under my blouse (Sotto la mia maglia), 2015 e A cottage in the forest (Una casetta nel bosco), quest’ultimo un libro di poesie per bambini pubblicato nel 2016.

[iii] Irma Kurti è anche scrittrice e, nella nostra lingua, ha pubblicato i romanzi Tra le due rive (2011) e In assenza di parole (2017) e le raccolte di racconti Un autunno senza ritorno (2012) e Le notizie arrivano anche qui (2014).

[iv] Apolide da intendersi in senso di nazionalità e di identità. Così scrive: “Tu non sai cosa vuol dire essere straniero/ In un paese bello e affascinante come questo” (Sotto la mia maglia, 2013). Belli e significativi anche quest’altri versi: “Solo la pioggia venne a salutarmi./[…]/ Cambiai paesi, lingue e anche costumi,/ma non riuscii a diventare ricca mai,/ nonostante tutto, ho sempre badato/ non rimanesse affamata la mia anima./ Così ogni giorno cercavo di nutrirla” (Non è questo il mare, 2014).

[v] L’immagine della giungla ritorna in un’altra lirica che fa parte dello stesso volume dove leggiamo: “Il mio essere – una giunga complicata” (Sotto la mia maglia, 2013).

[vi] “L’indifferenza della gente mi ha colpito/forte come una sferza il corpo e l’anima,/ la delusione si è rifugiata nella ferita” (Sulla soglia di un dolore, 2016).

 

Ama la lirica: “Nonostante una parte del mio tempo è dedicato agli impegni familiari, il canto resta la mia priorità di vita”. E sogna ancora la sua amata Scutari lasciata 25 anni fa: “Rimane un mio grande desiderio cantare di nuovo al Teatro Migjeni, magari con i vecchi compagni del liceo musicale Prenke Jakova”
di  Eliza Çoba

Quella del 26 novembre è stata una bella commemorazione del 105° anniversario dell’Indimendenza. In una chiesa importante per la comunità catolica albanese in Italia, come quella di San Giovanni della Malva al centro di Roma, con la musica popolare e tradizionale albanese, iterpretata dal soprano Ana Lushi, il mezzosoprano Irida Dragoti e il tenore Refat Lleshi, accompagnati al pianoforte dal maestro Oliver Gruda.

Una serata trionfante per i nostri artisti, applauditi dal pubblico, poiché hanno saputo portare in scena, con spiccata eleganza e grande professionalità, l’animo del popolo albanese.

Dopo il concerto ho avuto la possibilità di intervistare una delle protagoniste della serata, il soprano Ana Lushi, nata a Scutari dove era molto conosciuta e apprezzata pur avendo lasciato la città da giovanissima per trasferirsi 25 anni fa a Roma.

Carissima Ana, come è stato il primo impatto con una metropoli come Roma?

Costellato da molte difficoltà, direi. Venivo da una nazione molto diversa rispetto ai paesi occidentali. L’Albania dopo la morte di Enver Hoxha e la caduta del muro di Berlino si stava aprendo al mondo, ma nella nostra generazione erano rimasti gli strascichi delle vecchie ideologie. Facevo parte di un gruppo di studenti scelti per formarsi culturalmente nelle Università Italiane. Ma, nonostante il privilegio di essere sostenuti e seguiti economicamente dai Frati Gesuiti, il vuoto lasciato dall’abbandono dei luoghi dove si è cresciuti, dagli amici, dai familiari è stato un addio straziante. Ricordo quel giorno l’auto che si allontanava dalla mia città, dal Teatro “Migjeni” , dove ho mosso i miei primi passi nel mondo del canto, dal bellissimo lago,  dal fiume dove in estate andavamo a fare il bagno,  mentre  il castello spariva dal mio sguardo e non sentivo più il suono delle voci amiche. Fu un addio dalle abitudini più care e l’avvio verso un nuovo mondo.

Come sei riuscita a colmare il vuoto e quali sono stati i  primi punti di riferimento per quanto riguarda la la tua professione?

Dopo l’arrivo a Roma, alloggiavo in  un collegio di suore Spagnole vicino a Villa Torlonia. Le ragazze che frequentavano il collegio, studentesse universitarie come me, erano molto disponibili nei miei confronti e mi aiutavano a colmare le mie carenze linguistiche iniziali. Ho intrapreso, con alcune di loro, un rapporto di sincera amicizia che mi ha aiutato a superare i momenti di nostalgia e di distacco dalla terra natia. Una di queste ragazze, studiava, come me, canto lirico. È stata lei a presentarmi il mio primo maestro in Italia, Renato Guelfi. In seguito ho studiato con altri bravissimi artisti come il grande baritono Renato Bruson e Antonio Puccio. Ho debuttato al teatro  Argentina di Roma e al teatro Giglio di Lucca con l’opera di Mozart “Il Ratto dal Serraglio” nel ruolo di Konstanze. E successivamente La Traviata, Madama Butterfly e tanti altri ruoli.

Parlami di te come artista, alla ricerca di nuove affermazioni in un mondo così difficile come quello della musica lirica. Qual è la tua fonte di ispirazione che ti spinge a continuare a sognare mete artistiche sempre maggiori? Quali sono anche le difficoltà quotidiane che una madre deve affrontare e saper conciliare con le esigenze artistiche.

Nel panorama musicale dell’opera lirica in Italia, purtroppo, pur essendoci molti artisti emergenti, si continua ad ascoltare e  sentire sempre gli stessi nomi. Effettivamente, troppo raramente si dà spazio alla qualità, ma i grandi Enti Lirici scritturano le voci su indicazione di poche grandi agenzie. La passione per il canto mi spinge a studiare nuovi ruoli, nella speranza che qualcosa cambi nel complesso mondo della lirica. Nonostante  una parte del mio tempo è dedicato agli impegni familiari, il canto resta la mia priorità di vita.

Attualmente ho avuto modo di seguirti molto spesso e sono stata colpita dalla tua bravura. Hai potuto duettare con tenori di alto livello, con pianisti affermati, sia connazionali che italiani. Come vi siete incontrati?

Si. Ho avuto ultimamente la possibilità di esibirmi con artisti  di alto spessore musicale. Ci siamo incontrati quasi per caso e l’affiatamento è stato immediato. D’altronde quando si parla lo stesso linguaggio, intento quello musicale, è più facile capirsi.

La tua bellissima famiglia ti segue dappertutto. Vorresti che le tue bimbe calcassero le tue orme, o hai altri sogni per loro?

I figli dovrebbero seguire le loro inclinazioni. Certo che le mie due figlie sono cresciute con l’opera lirica. Ricordando alcuni episodi simpatici, Elena, la figlia maggiore, all’età di un anno e mezzo cantava un terzetto tratto dall’opera “Don Giovanni” di Mozart, a tre anni cantava il concertato del Barbiere  di Siviglia e 4 anni l’ultimo atto della Madama Butterfly. Ora studia Pianoforte. Spero che possano proseguire con la musica colta che arricchisce l’animo umano. ”La musica è la lingua dello spirito. La sua segreta corrente vibra tra il cuore di colui che canta e l’anima di colui che ascolta”, per dirla con le parole del poeta e filosofo Kahlil Gibran.

Ci sono dei progetti, magari anche oltre al canto, che vorrebbe un domani affrontare e realizzare ?

Sono piena di progetti e continuo a preparare opere liriche. Inoltre sto preparando la tesi in “Storia della musica” alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’università “La Sapienza”.

Vorresti tornare nella tua Scutari e cantare lì come quando avevi 20 anni?

Molto spesso mi capita di sognare Scutari, l’infanzia felice e spensierata di quei momenti giovanili. Rimane un mio grande desiderio cantare di nuovo al Teatro Migjeni, magari con i vecchi compagni del liceo musicale Prenke Jakova.

Auguro che i tuoi sogni si possano realizzare e che tu possa essere protagonista di grandi concerti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovedì sera alle ore 21, Interregnum, il suo ultimo lavoro, verrà presentato al cinema La Compagnia

Rrëfimi dhe muzika e Iridës përcjellin trishtim, lumturi, dhimbje, ironi… Sarabanda Postcomunista është një spektakël i Hora Quartet, grupi që Irida ka ngritur bashkë me disa instrumentistë italianë xhazi të përpirë nga ato ritme të parregullta tipike të Ballkanit. Të shtunën, 30 shtator, nga ora 22:00, mund të ndiqet në Romë, në Club 55 Pigneto
Nga Amarilda Dhrami

Nina është 33 vjeç, është e ëmbël, melankolike, ironike, ndonjëhere e trishtuar. Është një vajzë plot jetë. I bie violës dhe muzika dhe tekstet e saj të shoqërojnë në vende të largëta të kujtesës së saj.

Edhe Irida Gjergji ka të njëjtën moshë, i bie violës dhe nëpërmjet Ninës arrin të shkojë në ato vende të largëta.

Irida ka lindur në Shqipërinë komuniste. Ndër kujtimet e saj të fëmijërisë ka baletet e Stravinskijt që shikonte në televizor, kaosin mbas rënies së regjimit dhe reklamat e Coca Cola-s. Nga koha e adoleshencës mban mend pasionin për violën, plumbat që fluturonin nga një anë në tjetrën dhe shoqen e saj Albanën. Vite më vonë Irida u transferua në Itali për tu diplomuar në konservatorin e qytetit të Pescara-s. Dëshironte të ndiqte ëndrrat e saj dhe të mos i nënshtrohej fatit të shkruar për çdo vajzë të mirë shqiptare të asaj kohe: martesës e realizimit të saj në familje si bashkëshorte e nënë.

Në Itali ndoqi edhe pasionin e saj për teatrin. Nina është personazhi i projektit të saj Sarabanda Postcomunista që lind si autobiografi për të trajtuar statusin e imigrantit por pa hequr dorë nga muzika dhe folklori shqiptar. Është një koncert/spektakël ku kontrabasi ndërthuret me pianon, baterinë, violën dhe zërin e Ninës. Një grup instrumentistësh italianë xhazi që janë përpirë nga ato ritme të parregullta tipike të Ballkanit e që, bashkë me Iridën, kanë formuar Hora Quartet. Kush ndodhet në Romë mund të ndjekë spektaklin të shtunën, 30 shtator, nga ora 22:00, në Club 55 Pigneto.

Irida këndon në shqip, por edhe pse teksti është në një gjuhë të panjohur për italianët, muzika e saj bën t’i ngjethet mishi kujtdo. Nuk është e nevojshme të kuptoni, mjaft të jini të lirshëm e të ndieni. Rrëfimet e saj përmbajnë trishtim, lumturi, dhimbje, ironi, ndjenja që shprehen menjëherë më pas me muzikën e saj.

“Shkrimi i kësaj pjese ka qenë katartik” rrëfen Irida. “Nuk është e thjeshtë të flasësh për vitet ’90 dhe për vitin 1997. Janë vite që të lënë shenjë. Shkruaja gjithçka që më vinte në mendje dhe më pas fshija gjërat më patetike dhe të dhimbshme për të lënë një rrëfim të lehtë dhe me nota ironie. Nuk ishte e thjeshtë të rilexosh gjithë ç’ke shkruar, veçanërisht kur frymëzohesh nga ç’ke përjetuar. Me anë të personazhit të Ninës jam përpjekur të qëndroj larg asaj çka rrëfej”.

Nina flet për problemet e ndeshura për përtëritjen e lejes së qëndrimit në Itali, për të qenit një vajzë e re shqiptare, për marrëdhënien e vështirë me të atin, për Albanën, shoqen e saj të shkollës së mesme. Një ditë një djalë që njihnin u propozoi të hipnin në makinën e tij. Albana shkoi edhe pse Irida i lutej të mos e bënte. Që nga ajo ditë Irida nuk e ka parë më. Është e vëhtirë të tregosh të tilla gjëra, ndaj Irida ia beson Ninës. Ajo nuk deshi të hipte në atë makinë. E shpëtoi viola e saj.

Shkrimi është botuar fillimisht në italisht në të përjavshmen Left me titullin La sarabanda postcomunista di Nina e le sue amiche

 

 

 

 

Fioralba: “Io stessa, pur avendo delle radici fiere e fortissime albanesi, potrei diventare per legge un’orgogliosa italiana iure culturae. Siamo un milione senza cittadinanza, l’Italia è la nostra casa, qui siamo cresciuti e qui abbiamo imparato a pensare con i valori della costituzione italiana: la democrazia, l’uguaglianza e la solidarietà. Prima o poi, i senatori si fideranno di noi, bambini e ragazzi italiani senza cittadinanza”

Sonte ndihem njësoj si më 8 korrik të vitit 1998 kur vëllai im Albioni u nis për në Itali. E njëjta situatë, të njëjtat emocione, i njëjti trishtim në sytë e nënës tonë, që si atëherë qëndron në këmbë pranë dritares edhe sonte, me sytë plot lot dhe pa forcën për të thënë diçka.

Atëherë Albioni u nis nga Vlora me gomone kur ishte vetëm 16 vjeç, pa pasur frikë. U nis për të ndryshuar jetën, për të rifilluar. Çfarë jete mund të ndryshonte një adoleshent që jetën sapo e kish filluar?

Në ato vite të gjithë ëndërronin të iknin nga Shqipëria, një vend që kish përjetuar situatë shumë të vështirë pas një viti lufte civile të brendshme që kish mbjellë vdekjen e shumë të rinjve dhe të shumë miqve e të afërmve, të vëllezërve tanë. Sipas statistikave, gjatë vitit 1997 humbën jetën mbi 3.800 persona, 360 ndër të cilët ishin policë, dhe mbetën të plagosur 5.000 të tjerë. Qytetet më problematike, Vlora, Berati, Levani i Fierit përjetuan një situatë të tmerrshme: forcat e rendit nuk ekzistonin më dhe kazermat e ushtrisë u boshatisën nga njerëzit që kërkonin të merrnin nga një armë për t’u mbrojtur. Në Berat vdisje edhe per një fjalë të gabuar apo pse ndodheshe në vendin dhe çastin e gabuar, ku banda rivale masakroheshin me njëra-tjetrën.

Albioni, emigrant i valës së katërt të emigracionit shqiptar në Itali, siç e quan  emigracionin e asaj periudhe sociologu Rando Devole në librin "l'emigrazione Albanese in Italia", mori rrugën pas fundosjes në kanalin e Otrantos të anijes Katër i Radës, pas nënshkrimit të një marrëveshjeje nga Berisha e Berlusconi për ndalimin e emigracionit të paligjshëm. Sepse asgjë nuk mund të ndalë një person që vendos të emigrojë për një të ardhme më të mirë.

Me të mbërritur në Itali, Albioni hyri në një komunitet për të mitur të pashoqëruar. Qe shumë e vështirë për të. Ato pak herë që mundej të merrte në telefon qante kur dëgjonte zërin e nënës.

Në komunitet, Albioni mësoi gjuhën italiane dhe ndoqi 3 vjet të shkollës tetëvjeçare. Nisi të merrte një zanat, atë të zrukthtarit që vazhdon të bëjë edhe sot.

Ndoqi kurs profesional mbrëmjeve ndërsa ditën ishte në punishten e Guido Busnellit, një mjeshtër jo vetëm i drurit por edhe i jetës. Ka ndihmuar shumë e shumë të rinj të rriten, të bëhen në radhë të parë burra, jo thjesht zdrukthtarë.

Falë tij, Albioni mësoi se ngjyra e kuqe e flamurit shqiptar nuk simbolizonte vetëm gjakun e partizanëve shqiptarë por edhe atë të partizanëve italianë sepse Italia s'ishte vetëm ajo fashiste që na kishte pushtuar gjatë luftës së dytë botërore.

Falë Guidos, mësoi dialektin e Briancës dhe fjalët e urta, që mbante shënim në bllokun e tij. Mësoi himnin e Mamelit, poezitë e kënduara të Fabrizio De Andrésë, tekstet e Guccinit, këngët e Lucio Dallas. Falë tij, mësoi të kapë ironinë e Giorgio Gabber, të lexojë letrat e Don Lorenzo Milanit, poezitë e Pasolinit, të shijojë filmat e Totòsë, Fellinit, Rossellinit. Nisi të lexojë Nitzche, Freud, të bëjë të vetën filozofinë e Antonio Gramscit, të këndojë dhe të emocionohet me Bella Ciao dhe të marrë pjesë me përkushtim në çdo manifestim të 25 prillit, ditës së çlirimit.

Albion mësoi të donte Italinë si të ishte vendi i tij, e megjithatë iu deshën 18 vjet që të njihej ligjërisht si qytetar i saj. E ata qindra mijëra të rinj që ashtu si ai kanë kaluar në Itali vitet më të bukura ndër të cilat formohet jeta, adoleshenca, a nuk e meritojnë Ius Soli?

Kur shkoi të betohej se do t’i qëndrojë besnik Kushtetës italiane, Albioni nuk veshi xhaketë dhe rroba të reja, nuk ishte për të "festuar", ishte një detyrim civil dhe një e drejtë që i takonte. Ndaj shkoi në Komunë drejtpërdrejt nga puna, me të njëjtat rroba pune që vesh përditë.

Jeta e tij nuk ndryshoi shumë: gjithnjë u pagua si emigrant dhe sa herë që dikush do të kishte bërë një faj, nuk ngurronin ta ngrinin gishtin kundër tij,"l'albanese". U zemërua Albioni, u përpoq gjithmonë që të ndryshonte gjërat por në fund u gjend edhe njëherë i detyruar të emigronte.

Sot u nis për herë të dytë. Do të vuajë dyfish sepse në zemër tani ka dy vende për të cilat do ta marrë shumë malli. Do t’i mungojë Shqipëria që e lindi dhe Italia që e rriti dhe e formoi.

Marsela Koçi

 

Leart Dhrami është sipërmarrësi fitues i kategorisë së Rritjes së Fitimit në edicionin e fundit të Moneygram Awards. "Mësova zanatin duke parë e duke pyetur. Nuk jam dorëzuar përpara asnjë lloj vështirësie. Me gjithë punën e përnatshme, me gjithë mundin dhe lodhjen, gjithnjë kam shkuar përpara”

Për Leart Dhramin zilja bie në orën 20.30. Darka me familjen, një kafe pa sheqer për të hapur më mirë sytë e më pas shkon në punë. Qepeni i furrës ngrihet e nga ai çast punohet pa pushim deri në mëngjes: Learti përgatit dhe pjek një pas një tava me bukë dhe herët në agim nis xhiron e dorëzimit sipas porosive.

Leart Dhrami me profesion bukëpjekës, në edicionin e fundit të Moneygram Awards, - çmimet e përvitshme kushtuar sipërmarrësve të huaj në Itali, - fitoi çmimin në kategorinë e Rritjes së Fitimit.

Kur u ngjit në skenë për të marrë çmimin ishte shumë i emocionuar. Si sipërmarrës, nuk foli për vështirësitë që ka pasur aktiviteti i tij, por për zgjidhjet që gjeti e si arriti të kapërcejë krizën ekonomike. “Gjithçka e përballova me mbështetjen e personave që punojnë me mua dhe t familjes sime. Në darkë kur ke djalin që t përqafon e të thotë “Të dua babi”, mërzitja e lodhja kalon”.

Leart ka lindur në Tiranë e sot është 44 vjeç. Për të parën herë, në Itali erdhi vern e vitit 1989 sepse prindërit e tij punonin në ambasadën shqiptare në Romë. Të mesmen e mbaroi në Shqipëri në shkollën ushtarake Skënderbej dhe në Itali vinte vetm në verë për të ndenjur me familjen. Zgjedhja e shkollës ushtarake ishte e detyrueshme për Leartin sepse i garantonte edhe konviktin ku Learti (me familjen larg) mund të qëndronte për gjithë kohëzgjatjen e mësimit.  

Vera e vitit 1992 ishte vendimtare: të kthehej në Shqipëri me prindërit pasi ata e kishin mbaruar mandatin e tyre në Ambasadë dhe të vazhdonte studimet universitare në Shkollën e Bashkuar Ushtarake apo të qëndronte në Itali. “Nuk doja të kthehesha në Shqipëri, nuk doja të ndiqja atë universitet vetëm sepse kështu ishte vendosur nga rrethanat, dëshiroja të qëndroja në Itali. Për mua, e rëndësishme ishte të gjeja një punë e të isha i pavarur në mënyrë që të mund të zgjidhja vetë rrugën time” tregon Learti.

“Në Itali e nisa si punëtori i një bukëpjekësi që u çon porosinë klientëve në adresë të tyre. Por në verë kur bukëpjekësi shkonte me pushime më linte gjithçka mua mbi shpatulla. Mësova zanatin duke parë e duke pyetur, pastaj kur pashë që picat i bëja edhe më mirë se furrtari, e kuptova që isha i prirur”.

Nga ai çast deri në 2005-n, duke ndërruar disa punëdhënës, Learti fitoi aq shumë përvojë sa u bë bukëpjekës profesionist. Në vitin 2006 nisi aventurën e tij me “La Spiga d’Oro” në lagjen Fidene të Romës.

“La Spiga d’Oro” është furrë që ofron bukë, pica, ëmbëlsira, të gjitha produkte artizanale të përgatitura nga persona me kualifikim të lartë. Me kalimin e viteve, edhe furra e ka ndier krizën ekonomike. “Në vitin 2013, me gjithë vështirësitë ekonomike vendosa të investoja për të hapur një bar të vogël. Ç’ka më mirë se të pish një kafe a kapuçino të shoqëruar nga brioshe të sapodalë nga furra?” tregon Learti. “Por kaq nuk mjaftoi për të mëkëmbur ndërmarrjen. Mendova, nëse klientët nuk vijnë në dyqan, do të shkoj unë tek ta. Pasi u dhashë të provonin çfarë bëja, nisa bashkëpunime me disa hotele të rëndësishme të Romës. Nuk jam dorëzuar përpara asnjë lloj vështirësie. Me gjithë punën e përnatshme, me gjithë mundin dhe lodhjen, gjithnjë kam shkuar përpara”.

Shkruar në italisht nga Amarilda Dhrami për PiùCulture ku mund të lexoni shkrimin në origjinal: Leart Dhrami, da fornaio a imprenditore di successo

 

 

 

Di Rosanna Morace, saggista di Letteratura italiana *

“Ciao mamma! Un saluto da Bolzano”, antologia poetica di Gentiana Minga, pubblicata da “Terra d’Ulivi edizioni”, verrà presentata a Bolzano, giovedì, 18 maggio, alle ore 19:00, presso Biblioteca della Donna in piazza Parrochia 16

CIAO MAMMA, UN SALUTO DA BOLZANO di Gentiana Minga - Editore: Terra d'UliviUn’antologia poetica molto sentita, piena di amore, quello per la mamma, per l’uomo scelto, per la patria e per la vita, di ricordi, nostalgia, sensi di colpa verso il paese e lla gente lasciata per andare altrove con la speranza di poter fare meglio e di più, che a volte naufraga prima di toccare la terra promessa. È il volume “Ciao mamma! Un saluto da Bolzano”, una raccolta di pezzi inediti della poetessa Gentiana Minga, nata e cresciuta a Durazzo dal 2000 a Bolzano, che grazie al suo personale vissuto ha saputo tradurre elegantemente in poesia temi, spesso colmi di tristezza, legati strettamente alla migrazione.

L’antologia è divisa in quattro capitoli, più un poemetto finale, “La signora di Scutari e delle ortensie”.

La prima parte è dedicata al ricordo del paese lasciato. “Se devo fermarmi e vivere come le colombe dei marinai,/anche torno. Torno per sempre a Durazzo…” scrive Gentiana in uno dei primi 11 componimenti. Sempre in quel primo capitolo, ricorda con nostalgia i nonni “Ricordo sempre il nonno, come andava in giro per il cortile /con addosso una tutta blu... /La nonna si addormentava sopra il giornale /con la bocca aperta, gli occhiali scivolati dal naso /e il mento sul tavolo”.

Ma il pensiero va soprattutto alla madre, rimasta lì lontana, alla quale la poetessa si rivolge: “Ciao mamma, un saluto da Bolzano. /Sento il bisogno di dirti che mi manchi”, consapevole di vivere in un mondo difficile “Tutto sommato, io sto bene. Ogni mattina bevo un macchiato /e leggo i giornali. Da lì osservo a malapena il mondo /come si sanguina, e le ali dei corvi che spediscono /i messaggi dei combattenti come polline per il futuro”.

La seconda e la terza parte dell’antologia, ben 17 poesie, sono dedicate alla migrazione, tema tanto attuale oggi, sia in Italia che in Europa. Ci sono le storie dolorose di alcuni personaggi come Narin, la guerriera di Kobane, il migrante somalo fulminato nel tunnel della Manica, oppure la donna Abuk Ajou che muore di fame, perché, come scrive Gentiana, “Nulla sfugge al mio cuore, straniero. /Distante da me sento il tuo palpito,/il fremito della testa che si percuote per mettere /il naso fuori acqua”. Ci sono momenti sulla riva del fiume, tra gli alberi di Bari, ci sono i prati d’autunno, in piazza Rauzi, che danno un certo senso di spaesamento, come quello dei passerotti che “addomesticati dai viaggi infiniti /senza una destinazione predefinita /rinunciano ai primi sogni. Oppure /semplicemente li hanno dimenticati”.

Il terzo capitolo, forse il più leggero, tratta l’amore e il rapporto di coppia nella quotidianità, con i sentimenti e i presentimenti, i ricordi e i rimorsi. E lasciano una dolce e tenera sensazione, i versi di una delle poesie di questa parte: “E se Dio vorrà /possiamo vivere bene e a lungo io e te. /Senza danneggiare il prossimo. /Usando quel che ci spetta per fare del bene”, pur essendo consapevole l’autrice che “E io vivrò con te a lungo e bene. /Amandoci e odiandoci, /in quella misura di odio, /in quella misura di amarezza che insapora il miele. /Se Dio vuole...”.

In chiusura, “La signora di Scutari e delle ortensie”, una lirica che contiene quasi tutti i temi dell’antologia. Parte dall’evocazione della leggenda del sacrificio propiziatorio Rozafa murata viva per garantire la costruzione del castello della città, per ricordare di nuovo i nonni, e descrive l’atmosfera di Scutari negli anni ’90, dove “Quartieri stretti che spronano dalla piazza /calma e ombra. /Grande è la moschea! /Grande è la chiesa! /Grande il monumento lì in mezzo, /che rischia di sparire ad ogni elezione...”.

E per il lettore albanese non possono non far sorridere i versi “Passeggiando su montagne e colline, /e toccando tutti i ori con le dita /ti trovai, oh, mia ortensia, nel cortile, /il più bello della città di Scutari”. Avete capito, no? Sono i versi della nota canzone “Eja, eja luleborë”.

Un interessante dettaglio dell’antologia, è la sua copertina, opera di Arta Ngucaj, nota artista albanese, pure lei, da anni residente a Bolzano, il lavoro della quale ha spesso avuto al centro la migrazione.

L’antologia, pubblicata da “Terra d’Ulivi edizioni” verrà presentata a Bolzano, un’occasione di incontrare e scambiare due parole con la poetessa. L’appuntamento è per giovedì, 18 maggio, alle ore 19:00, presso Biblioteca della Donna in piazza Parrochia 16.

Il 18 giugno, invece, Gentiana Minga sarà presente a Fuori Luogo - Racconti e incontri di letteratura migrante di Sesto San Giovanni. È una dei sei autori partecipanti scielti quest anno per il festival della letteratura migrante che si potranno incontrare il 16, 17, 18 giugno 2017 tra le vie della città.

Gentiana Minga, classe 1971, è di Durazzo. Ha collaborato e collabora tuttora con diverse riviste letterarie, tra cui “Poeteka” Trimestrale Letterario Albanese, “El-Ghibli”, Rivista di Letteratura della Migrazione italiana, “Salto Bolzano”, portale d’informazione alto atesino.

Ha pubblicato, tra l’altro: “Autopsia e shkatërrimit” (Autopsia del disastro), racconti e novelle, edizione Europa, Tirana, 1993; “Zonja e Shkodrës” (La signora di Scutari), poesie, edizione Florimont, Tirana; “Se fossi Narin” e “Finchè arriva il giorno”, poesie, antologia “Sotto cielo di Lampedusa II”, edizione Rayela; “La mamma di Zeqo in cima del corniolo”, narrazione, antologia “Premio Prato città aperta”, edizione Marco del Bucchia, 2016; "Ciao mamma, un saluto da Bolzano", antologia poetica,  Terra d’Ulivi edizioni, 2017.

Keti Biçoku / Shqiptari i Italisë
(Ndiqni Shqiptariiitalise.com edhe në Facebook dhe Twitter)