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Cuperlo. Nella sua rivoluzione della dignità anche integrazione e pluralismo

Per il candidato alla segreteria PD, Gianni Cuperlo, l’Italia ha grandi potenzialità “se riesce a darsi una politica delle migrazioni capace di realizzare circolarità delle esperienze, delle persone, delle culture e delle imprese”. Riguardo all’Albania: “I Partiti progressisti europei, PD Italiano compreso, devono essere i primi sostenitori del suo processo di sviluppo”

Roma, 5 dicembre 2013 – L’8 dicembre tutti i simpatizzanti e i militanti del PD sono chiamati a votare per scegliere il loro Segretario. I candidati in gara sono tre: Gianni Cuperlo, Mateo Renzi e Giuseppe Civati. Nei programmi congressuali dei candidati trovano spazio anche le politiche per l’immigrazione, le seconde generazioni e i diritti di cittadinanza.

Alle primarie del PD possono votare anche gli immigrati, ma solo ai seggi a loro dedicati e registrandosi sul posto (non è prevista la loro registrazione on line), versando il contributo di 2 euro per le spese organizzative.

Abbiamo parlato del “suo” PD, delle politiche d’immigrazione e dell’Albania con uno di loro, Gianni Cuperlo. Si presenta agli elettori con un programma congressuale intitolato “Per la rivoluzione della dignità”, perché crede che “sia la chiave per leggere il mondo contemporaneo e, insieme, una frontiera per la sinistra di tutto il mondo, capace di proiettare nel futuro quella che è stata una grande promessa del Novecento, mai pienamente realizzata: l’uguaglianza. Si scrive rivoluzione della dignità e si legge centralità della persona, pienezza dei diritti (tutti e per tutti), valore del lavoro, pluralismo, integrazione”.

Il tema dei diritti attraversa il suo programma in tutti i suoi punti. Dall’altra parte nella società italiana, soffocata da una grave crisi economica, c’è il rischio della “guerra” fra i poveri. Come si riesce a parlare di diritti e assicurarli in un ambito così difficile dal punto di vista sociale, politico ed economico?

Gianni Cuperlo: L’errore che spesso si compie è quello di credere che la partita dei diritti sia un gioco a somma zero. Che ci sia qualcuno che guadagna e qualcun altro che perde. Non è così. Dall’allargamento dei diritti politici, civili, sociali trae vantaggio tutta la collettività. I diritti sono una potente leva di sviluppo, anche economico, sempre a patto che si parli di diritti e di doveri, sono cose che devono marciare di pari passo.

Questa crisi è figlia anche dell’idea, per esempio, che potesse esserci crescita senza lavoro e lavoro senza diritti. Il mio PD rovescerà questo schema e rimetterà in cima la dignità del lavoro e delle persone.

Ci potrebbe spiegare la sua linea politica sull’immigrazione e integrazione, un tema  così delicato e mai risolto in Italia?

Bisogna prima di tutto chiarire cosa si intenda per “integrazione”. La destra in questi ultimi vent’anni ha creato e alimentato la paura dell’immigrato, ha considerato chi arrivava in Italia un pericolo di ordine pubblico, un competitore nel mondo del lavoro (persino competitore scorretto), una categoria sociale da contrapporre al concetto di persona, scavando un solco tra italiani ed extracomunitari. Dove per extracomunitario non si intendeva chi arrivava da fuori l’Europa, in senso comunitario e non, ma i profughi, gli immigrati poveri dei paesi in guerra o del Terzo mondo: gli ultimi, direbbe De Andrè. Dunque, i concetti di extracomunitario o immigrato (divenuti quasi sinonimi) nascondevano una discriminazione non più per razze, come negli anni del nazifascismo, ma per classi sociali. E questa stessa destra che, comunque, sa che l’economia del Paese ha bisogno dei cittadini stranieri, ha veicolato un’idea di integrazione regressiva, che punta ad azzerare le identità culturali, assimilando l’immigrato nella cultura, negli usi e costumi italiani, non riconoscendone apporti culturali, linguistici ed economici. Noi pensiamo, invece, che integrazione debba significare convivenza civile e amalgama culturale, capacità di farsi contaminare: cose che si realizzano solo se, guardando l’altro, vi si riconosce se stessi e si vede nell’altro semplicemente una persona, portatrice di cultura, bisogni primari e potenzialità del tutto e per tutto simili a quelle di qualsiasi uomo o donna a ogni latitudine.  Naturalmente, parliamo di processi lunghi, pazienti, che la politica può favorire sul piano normativo. Nella mozione non a caso parlo di importanti riforme da attuare nel campo del diritto alla cittadinanza, del diritto d’asilo, parlo dell’abolizione del superamento della Legge Bossi-Fini. Il che non vuol dire che il fenomeno migratorio non vada regolato, al contrario, ma con norme concordate a livello europeo, che coinvolgano pienamente la responsabilità dei paesi di partenza e di transito dei migranti. Ma il punto è sempre lo stesso: l’Italia è terra di civiltà e deve dimostrarlo prima di tutto nei confronti di chi arriva nel nostro Paese con la speranza di un futuro migliore. Non possiamo pretendere da chi arriva qui da culture e mondi diversi di accettare le nostre leggi e i nostri principi se noi per primi li violiamo.

In Italia vivono e lavorano 5,2 milioni di cittadini di origine straniera. Un Paese multietnico il nostro, che stenta a diventare interculturale. Che ruolo dovrà avere il PD per sostenere e accelerare questo processo di cambiamento culturale della società?

Il numero degli immigrati che oggi vive nel nostro Paese è più o meno uguale a quello degli emigrati italiani che vivono nel mondo e che, con un passaporto italiano, continuano ad essere legati al proprio paese d’origine, tanto da votare ed eleggere una propria rappresentanza diretta. Si tratta di numeri importanti, di esperienze di vita notevoli, di pezzi di storia, cultura ed economia non trascurabili. Eppure manca al nostro Paese una politica delle migrazioni, sia verso i nostri cittadini nel mondo che verso gli immigrati in Italia. Il PD deve farsi carico di rimediare a questo vuoto politico, deve saper reimpostare una politica globale che sappia riconoscere il cosmopolitismo storico del nostro Paese, da sempre meta di occupazione di stati stranieri che lo conquistavano militarmente e ne rimanevano conquistati culturalmente (come successe ai romani con i greci). Una politica delle migrazioni che sappia creare una circolarità tra chi è partito dall’Italia e mantiene con essa un legame, tra chi in Italia vi è arrivato carico di speranza e vuole mantenere un legame col paese d’origine, nel quale magari spera un giorno di tornare. Una politica, dunque, che sappia guardare l’Italia con gli occhi del mondo e sappia guardare al mondo con gli occhi del viaggiatore.

I numeri finora non rispecchiano questa volontà di rappresentanza reale della società. Nelle assemblee del Partito, in quelle territoriali e in quella nazionale, il numero dei delegati di origine straniera finora è stato molto basso, spesso assente. Non parliamo delle direzioni. Non le pare una mancanza questa da parte di un Partito progressista come il PD? Cosa intende fare per cambiare questa situazione di disparità?

Ho parlato di un partito che si tuffa nella società, che ne è pervaso e quindi di nuovo capace di rappresentarla per ciò che è. Credo che la strada sia quella di aprire il partito, a ogni livello, all’incontro e al confronto con tutti i cittadini stranieri e non. Nel partito tutti, indipendentemente dalla nazionalità, dalle condizioni di vita, hanno gli stessi diritti e le stesse opportunità. Così facendo, a far camminare le politiche di integrazione, di cosmopolitismo, di multiculturalità, non saranno le quote di rappresentanza, ma la cultura diffusa. E potrà persino accadere che verrà meno l’esigenza di una quota di rappresentanza o, addirittura, che la rappresentanza di origine straniera divenga persino più alta del rapporto percentuale a cui oggi si anela. Pensi a un modello di integrazione come quello brasiliano, argentino o uruguayano: là la rappresentanza italiana nei partiti o istituzioni locali non è percepita nemmeno come rappresentanza di immigrati o di oriundi italiani. E se si guarda bene, si vede che la presenza italiana nelle istituzioni di quei paesi è ben più consistente di quanto non sarebbe se fosse calcolata sulla base degli italiani residenti. Certo, come sempre quando la battaglia è soprattutto culturale, sono importanti i simboli, i segnali di rottura che un partito può dare. Mi pare che su questo il PD abbia dato qualche prova.

I cittadini di origine albanese che vivono e lavorano in Italia sono 500 mila, dei quali 328.502 hanno il permesso Ce di lungo periodo. 10,3% delle circa 480 mila imprese straniere, hanno titolare nato in Albania. I minori sono oltre 136 mila.

Sono cifre e indicatori di una parte ben integrata, molto attiva e produttiva degli stranieri. Ma sono anche cifre che lasciano intravedere le potenzialità di sviluppo economico e culturale che può avere questo Paese se riesce a guardarsi con gli occhi del mondo, come dicevo prima, se riesce a darsi una politica delle migrazioni capace di realizzare quella circolarità delle esperienze, delle persone, delle culture e delle imprese a cui accennavo. Per fare tutto ciò occorre anche saper valorizzare e rafforzare la rete associativa e organizzata del mondo dell’immigrazione, un po’ come seppe fare il nostro Paese nel corso del Novecento con le proprie comunità emigrate e il loro universo associativo sociale, sindacale, di mutuo soccorso e religioso. Il PD, soprattutto grazie al suo Forum Immigrazione, ha svolto un lavoro prezioso in questo senso, aprendo spazi di confronto e di lavoro comuni per tutte le comunità.

L’Albania un Paese in forte sviluppo, una democrazia giovane che sta crescendo incamminandosi verso i livelli europei a passo veloce. Quest’anno le elezioni politiche hanno premiato il Partito Socialista Albanese. Quali sono i rapporti fra i due partiti progressisti dei due Paesi? Che ruolo avrà il PD italiano nel sostegno dello sviluppo albanese e nel progetto di questo paese per entrare in UE?

Io credo che il PD debba continuare a sostenere l’evoluzione democratica in ogni angolo del mondo, debba continuare a lavorare per agevolare l’integrazione europea non solo tra i paesi fondatori, ma soprattutto con i paesi arrivati in seguito e quelli che possono ancora arrivare. Così facendo si costruisce la pace duratura, lo sviluppo economico e culturale, il riduzione della forbice tra paesi ricchi e poveri, l’integrazione europea e si rafforza il multipolarismo.

L’Italia e l’Albania hanno legami storici molto forti che risalgono ai tempi dell’antichità. I rapporti di collaborazione fra i due paesi sono di grande rilevanza per lo sviluppo di tutta l’area del Mediterraneo. È dovere dei partiti progressisti come il PD Italiano e il Partito Socialista Albanese rafforzare questa collaborazione tra i due paesi in vari campi. L’Albania è un paese laborioso che ha saputo affrontare con coraggio le mille difficoltà il periodo delle transizioni veloci dal 1990 fino ad oggi. Penso che questa grande volontà del popolo albanese nell’incamminarsi verso la strada del progresso sarà ben guidata dal Partito Socialista Albanese e il Governo in carica con il Premier Edi Rama. E i Partiti progressisti europei, PD Italiano compreso, devono essere i primi sostenitori di questo processo di sviluppo in Albania.

Esmeralda Tyli

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