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Il destino di Bukurie

Il compagno Kryetar i Frontit, Il capo del Fronte comunista di quartiere, e Bukurie, Bellezza in italiano, che viveva in una garçonnière
Di Adela KOLEA


Albania, anni ’80.
Panorama della società:
Dalle remote tracce patriarcali, ad una società che, apparentemente per via dell’ideologia comunista al potere, inneggiava nei suoi contorni all’emancipazione della donna, che conservava degli schemi su un’etica morale impeccabile, ma che in realtà, era costituita da forti influenze maschiliste.
Fino all’inizio anni ’90, periodo che corrisponde al cambio dei sistemi politici e sociali, le ragazze venivano consigliate ad una distanza e riservatezza nell’approccio con i maschi.
Ai maschi invece era concesso più spazio e più libertà nelle loro esperienze con le femmine.
Un po’ contradditorio il ragionamento, perché se un ragazzo, quando si trattava di sua sorella, diventava una belva se notava che lei tentava in adolescenza, di fare conoscenze ed esperienze con un ragazzo, loro stessi invece i ragazzi, dovevano essere liberi di esplorare il mondo femminile…

Bisogna precisare che anche la cosiddetta “liberta maschile” era vincolata da dei canoni precisi o meglio, dentro questa stessa “libertà”, sussistevano dei parametri da rispettare, a seconda delle norme morali che l’etica della società imponeva.
Qui si sottintende non solo il comportamento e la condotta, ma anche l’aspetto esteriore maschile. I maschi non potevano portare capelli lunghi, barbe, basette molto evidenti. Questi erano etichettati come i cosiddetti stereotipi dell’aspetto esteriore dell’uomo nel lontano ed astratto per noi, mondo capitalista!

Questo spiega il motivo che a partire dal 1990 con la caduta del muro totalitario albanese, tra vari aspetti sui quali gli albanesi necessitavano proprio avere una valvola di sfogo – fenomeno “esodo” a parte – per la loro oppressione e di trasgredire, era anche quello, riferito ai maschi, di farsi lasciare i capelli lunghi, le barbe ed i baffi, le basette lunghe e folte altrettanto.
Caratteristiche esteriori queste, spaventose e bizzarre, le quali, se ci si fa caso a delle fotografie ad una parte soprattutto dei giovani uomini albanesi ad inizio anni ’90, sembrano tutti dei capelloni, “uomini delle caverne”. Certo, cose che naturalmente col passare del tempo si sono smussate. E loro non erano persone selvagge.
Al contrario, erano ragazzi giovani, appena usciti dalla dittatura, che usavano come biglietto da visita proprio e come “vocabolario” del loro linguaggio, proprio la comunicazione con il corpo e con l’aspetto esteriore, con i capelli lunghi fino alle spalle, barbe folte e basette lunghe. In contrapposizione con le norme precedenti della dittatura, tutto qui!

Di tatuaggi oppure di orecchini per i maschi – fino al 1990 in Albania – non se ne poteva parlare chiaramente. Addirittura, anche quei pochi stranieri con capelli lunghi o barbe, a cui veniva concesso di mettere piede in suolo albanese, si trovavano faccia a faccia già all’aeroporto di Tirana, non solo con la polizia, ma anche con gli attrezzi da lavoro tra forbici e rasoi, del barbiere! All’aeroporto stesso, chi di loro eventualmente aveva capelli lunghi o barba, nelle mani dei parrucchieri albanesi, veniva cambiato d’aspetto, adeguandosi ai canoni estetici rigorosi della censura e della dittatura albanese.
Lo stesso valeva anche per il loro abbigliamento. A loro non erano concessi abiti stravaganti ma alla fine, gli stranieri che già con difficoltà attraversavano il confine albanese, di queste cose erano avvertiti in precedenza, insieme a tutta una scaletta da rispettare sulla loro condotta che dovevano assumere in Albania.
Per non “indurre in tentazione” gli albanesi sul mondo capitalista da cui loro provenivano. Ma bisogna considerare che alla fine, da quel punto di vista, problemi consistenti non esistevano, perché solitamente gli stranieri a cui era concesso di visitare l’Albania nella morsa ferrea dittatoriale, erano dei comunisti stranieri. E dai loro rispettivi paesi, di certo non sotto la dittatura come quella applicata in Albania, pressappoco da comunisti, ad ogni modo anche loro erano consapevoli del quadro della situazione a cui in Albania, andavano contro.

Le ragazze, era da “sposate” che si facevano determinare il loro nuovo status del passaggio dalla adolescenza, all’età adulta.
Prima del matrimonio, le ragazze non si potevano nemmeno truccare, figuriamoci di fare altre esperienze.
L’etica dell’ideologia comunista al potere assoluto pesava come un martello sulla testa della gente.
Il cambiamento dell’aspetto esteriore – ed anche del modo di vestire più serio e classico – di una ragazza, a partire dal giorno del suo matrimonio si notava subito. Non che da ragazza ci si poteva concedere un aspetto stravagante ed eccessivamente attraente con abiti attillati, minigonne o décolleté (in alb. Dekolte). Impensabile! Donne dalla pessima reputazione quelle!

Perché mentre oggi, le ragazze iniziano a truccarsi molto presto, già in adolescenza – anche in Albania – fino al 1990, in Albania questo non era concesso. Non era concesso di truccarsi non solo alle adolescenti, ma a tutte le donne nubili. “Truccata” era sinonimo solo di “sposata”.
Chi trasgrediva a queste norme, veniva etichettata e ai tempi,  stigmatizzare le persone per comportamenti che andavano contro le disposizioni della linea ideologica che martellava di moralismo e buonismo, significava precludere il loro accesso in società e condizionare tutta la loro vita.

Da sposate, le donne dovevano poi:
In primis, se lasciavano trascorrere diversi anni senza fare figli, questo equivaleva a seri problemi di salute e, chissà perché, “problemi” di infertilità attribuiti alle donne esclusivamente.
In secondo luogo dovevano essere consapevoli di vivere con suoceri, cognati e tutta la famiglia del futuro marito.
Quindi, la situazione di una donna era – slogan: “emancipazione della donna socialista” a parte – invece molto delicata, subalterna all’uomo.
Il matrimonio, nel vero senso letterale “nella buona e nella cattiva sorte”, doveva essere un’istituzione indiscussa dal tradizionale “contratto indissolubile”!

Perché dico questo?
Semplicemente perché – casi di matrimoni basati prettamente sull’amore e quelli combinati – ci si doveva pensare bene prima di sposarsi, a patteggiare in qualche modo su una legge consuetudinaria, non scritta ma, trasmessa con le sue intransigenti norme etiche oralmente, di accettare certi compromessi, a cui non ci si poteva sottrarre più dopo il matrimonio.
In quanto, un ipotetico divorzio tra la coppia, nella morale “impeccabile” della società socialista, segnava pesantemente la vita delle persone coinvolte.

Lei si chiamava “Bukurie” in albanese, “Bellezza” in italiano.
Nomen omen: il suo nome sembrava presagire la sua sorte in cui, la bellezza  avrebbe giocato un ruolo molto importante …
Come anticipavo, il cliché morale comunista, nella coppia albanese precludeva il divorzio.
O meglio: quelle poche coppie che divorziavano ufficialmente, soprattutto per questioni legate alla biografia “macchiata” da ipotetici apparentamenti con nemici del regime e quelle accusate di adulterio, di certo venivano etichettate.
Ma, per quest’ultimo caso, la figura che ne subiva maggiormente l’emarginazione ed il disprezzo della società era indiscutibilmente, guarda caso, la donna!

Abitavo in un condominio, in un bel quartiere di Tirana.
Gli appartamenti, quanto ai schemi distributivi, non erano grandi, né in superficie interna dei locali abitativi e né in numero di stanze. Solitamente, queste case assegnatoci dalla grande azienda “Stato”, contenevano  il minimo spazio per vivere, era questa la pratica tradizionale.
Le famiglie numerose, con più figli e con genitori anziani a carico, avevano magari la possibilità di ottenere un appartamento con qualche vano in più.
Il numero dei vani veniva scalando per le famiglie con un unico figlio, come nel mio caso.

E, gli appartamenti più piccoli ancora erano i monolocali, che noi chiamavamo alla francese “Garçonnière” – ( “Garsonierë” in albanese).
Letteralmente, il significato di una  “Garçonnière” corrisponde ad un “Appartamentino da scapolo, per lo più destinato a convegni amorosi”.
Ecco! Nel palazzo di fronte al mio c’erano delle garçonnières.
 Non tutte le palazzine disponevano di questi monolocali. Loro erano destinati più che agli scapoli, ai divorziati uomini o alle donne divorziate ed a qualche anziano senza famiglia, a qualche ex detenuto, emarginato dalla famiglia una volta uscito dal carcere. In poche parole, destinati ad avere come locatori, persone appartenenti ai più fragili strati sociali.

Ergo, in una delle garçonnière del palazzo di fronte al mio, viveva una donna divorziata, emarginata dalla sua famiglia e dalla società proprio perché possedeva lo status da “divorziata”, che per l’etica della società albanese sotto dittatura significava essere macchiati a vita.
Una donna per di più! Lei si chiamava Bukurie, ( “Bellezza” in italiano), il suo diminutivo era “Bukra”, – “Bella”.
Era molto bella in realtà, giovane, sulla trentina.  Ben per questo dico che, ironia della sorte, quella bellezza fisica, associata anche al suo nome, è come se avesse presagito il suo destino …
Aveva conosciuto e si era innamorata di un altro uomo da dopo sposata, da quando l’avevano fatta sposare in un matrimonio combinato, contro la sua volontà. L’importante era stato il fatto che il suo matrimonio con quel uomo da lei non amato, lo avessero desiderato e deciso gli uomini di casa sua: suo padre ed il suo fratello maggiore!

E chi si avvicinava più a Bukurie, chi la sposava più poi dopo “la macchia” del divorzio! Fatta separare anche dal suo vero amato … Minacciato e sotto pressione anche lui.
Difficile, molto difficile la sua “riabilitazione” e la sua integrazione nella società, dopo che la sua reputazione portava il grave peso del divorzio per adulterio!
La famiglia l’aveva rinnegata, il padre ed il fratello maggiore che avevano fatto combinare il suo matrimonio, dopo che quest’ultimo era fallito, si erano imbestialiti contro di lei, per cui lei viveva da sola in questa garçonnière.

Una cosa però: noi eravamo bambini e giocavamo all’aperto, nella piazzola antistante il condominio, per cui vedevamo chi entrava e chi usciva dalle nostre palazzine, le quali non erano nemmeno dotate di portoni o cancelli, ma l’entrata era aperta e l’atrio ben visibile a tutti. Ascensori non c’erano nemmeno per cui, chiunque salisse le scale e andasse da un piano all’altro, noi li vedevamo da fuori, perché anche i pianerottoli non avevano finestre o vetrate, ma era tutto in vista.
In poche parole, tutte le volte che noi bambini giocavamo davanti alla palazzina, vedevamo arrivare un uomo adulto dall’aspetto serio, severo, di quelli che non sorridono mai e che inculcava un po’ di suggestione. La sua immagine a noi non era sconosciuta per il ruolo che lui ricopriva in quartiere. Lui era il cosiddetto compagno “Kryetar i Frontit të Lagjes”  cioè, il responsabile della sezione comunista di quartiere, “Fronte del Quartiere”. Ogni quartiere in quel sistema, possedeva un “fronte democratico” che vigeva sulla condotta dei cittadini e l’andamento del quartiere.
Nel caso ci fossero dei casi di abitanti di quella determinata comunità che trasgredivano le regole ferree di condotta, veniva fatta una relazione dal Fronte del Quartiere ai loro riguardi e le conseguenze per i trasgressori erano pesanti, a seconda dell’infrazione.
Allo stesso tempo, il Fronte vigeva sulla morale e sull’etica degli abitanti del quartiere.
Nel caso preciso, visto che Bukurie era una donna considerata “pericolosa” per le accuse di adulterio che le erano state attribuite, stava alle competenze del Fronte occuparsi anche della sua situazione, alla sua riabilitazione ed alla vigilanza che anche se oramai da donna divisa vivesse da sola, che non facesse trasformare il suo appartamentino in una casa nascosta di appuntamenti. Perché tanto, per lei, questa pratica non sarebbe risultata una cosa impossibile, secondo la logica discriminatoria e diffamatoria del tempo.

Allora, in prima persona, il compagno “Kryetari i Frontit”, il capo del fronte comunista di quartiere, un uomo sposato e con due figli grandi, ci pensava a recarsi puntualmente da Bukurie a farle lezioni “sulla morale e ad avvertirla a non cascare più in comportamenti immorali”.
Ma, chissà perché, il compagno Kryetar ci metteva tanto tempo a spiegare queste teorie moraliste alla Bukurie, chissà perché “Il capo comunista del quartiere”, tutte le volte che andava a trovare Bukurie la quale, poverina, viveva come agli arresti domiciliari – nonostante andasse a lavorare di mattina certo, per vivere – lui, con fatica usciva da casa sua.

La curiosità di noi bambini su questi viavai del Kryetar da Bukurie, veniva colmata dagli adulti con la spiegazione che:
“Il Kryetar andasse a sgridare Bukurie!”
E fino a quando non diventammo adolescenti ed iniziammo a capire di più, la versione che il compagno Kryetar andasse da Bukurie per rimproverarla per la sua condotta – perché lei, sempre peccatrice e “dalla parte del torto” – rimase quella “ufficiale” a noi enunciata.

Più avanti, quella donna Bukurie, visto che iniziai ad appassionarmi di lingua e letteratura  francese, io la considerai un po’ come  Esmeralda di “Notre – Dame de Paris”… Mi venne spontaneo questo accostamento.
Tanti gli elementi che si intersecavano tra lei ed Esmeralda, la protagonista  di Victor Hugo:
Nonostante protagoniste di diverse epoche o paesi, erano state entrambe brune, capelli neri, occhi neri, molto belle, erano state etichettate, erano state amate da persone importanti e, non solo:
Nella canzone a lei dedicata, “Belle in fr.” – “Bella in it.” – “E bukura in alb.”,  si racchiudeva guarda caso, anche il suo nome, Bukurie e che nel primo verso fa:
“Belle, c’est un mot qu’on dirait inventé pour elle” – “ Bella, è un nome, si potrebbe dire, inventato per lei …”
Ecco, nomen omen: Bukurie era passata dalla sottomissione alla personalità autoritaria del padre e del fratello, al matrimonio combinato con un uomo che non amava, era stata costretta a separarsi dal suo amato, era stata costretta a subire le avances di un funzionario di stato comunista albanese ma, alla fine, la peccatrice era stata considerata sempre e comunque, solo lei …!

 

 

 

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