in

Io mi sento italiano

Io mi sento italiano perché vivo da trent’anni in Italia, prima da solo, poi con la mia famiglia italo-ivoriana.

Io mi sento italiano perché mio figlio è italiano e, nel prossimo futuro, ci sarà almeno un’altra generazione di italiani che porterà il cognome Kwami, perché (inch’Allah) tanti nipoti italiani mi chiameranno “Nonno Kwami”.

Io mi sento italiano perché ho studiato in Italia, prima all’Università per Stranieri di Perugia dove ho acquisito i fondamentali della lingua italiana, e poi all’Università degli Studi di Roma, dove illustri docenti italiani mi hanno donata la scienza e la maestria del know-how ingegneristico italiano.

Io mi sento italiano perché lavoro in Italia e pago le tasse italiane, come tutti gli italiani di nome e di fatto, ritengo quindi di contribuire anch’io, nel mio piccolo, alla  prosperità della società italiana che mi ha accolto e mi ospita da tanti anni.

Io mi sento italiano perché essendo impegnato da anni nell’attuazione di progetti di intercultura nelle strutture sociali, scolastiche ed educative italiane, a vari livelli, ritengo di aver anch’io dato il mio apporto alla nuova società multietnica italiana.

Io mi sento italiano perché ogni volta che torno a trovare i miei cari in Costa d’Avorio, la mia famiglia e i miei amici mi chiamano simpaticamente “l’italiano”.

Io mi sento italiano perché sono tanti anni che ho fondato un gruppo musicale afro-italiano che mi ha regalato la (per me) orgogliosa soddisfazione di suonare con musicisti italiani che eseguono la “makossa”, lo “mbalax”, lo “highlife” o il “mapouka” come degli autentici fratelli africani.

Io mi sento talmente italiano che ho deciso che, a dispetto del fatto che il Governo ivoriano non contempli la doppia nazionalità, mi deciderò a fare il passo di chiedere la cittadinanza italiana, perdendo quella ivoriana.

E allora che soddisfazione quando, sbarcando all’aeroporto, potrò, come ho sempre sognato, accodarmi dove c’è scritto “Cittadini UE”. In quella fila dove, rispetto a quell’altra, c’è sempre meno ressa e  si scivola leggeri, senza quell’ angoscia che ti sfiora la gola anche quando sei un immigrato del tutto in regola.

Milton Kwami

Vetëvritet në burg një i ri shqiptar

I miei figli italiani con gli occhi a mandorla