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L’odissea di un italiano nato in Albania

La triste vicenda familiare di Aldo Renato Terrusi, un italiano nato in Albania, ancora oggi in attesa di avere le spoglie del padre, morto nel carcere di Burrel nel 1952
Prima parte – Famiglia migrante

Aldo Renato Terrusi
Alla fine dell’800 molti italiani, costretti dalla mancanza di lavoro e dalle pessime condizioni economiche nazionali cominciarono ad espatriare  verso le coste orientali del Mediterraneo in quanto i paesi di quell’area avevano urgenti necessità di sviluppo ma disponevano solo di semplice mano d’opera. Fu così che una migrazione qualificata ebbe inizio e proseguì anche quando già si cominciavano ad avvertire  i primi focolai di guerra sul continente europeo.

Il capostipite dell’emigrazione famigliare fu Vitaliano Poselli da Castiglione di Sicilia, classe 1840, che fu chiamato a Costantinopoli, come architetto, presso i sultani Hamit I e  Abdoul II. Il fratello minore di Vitaliano, Salvatore,  quasi contemporaneamente, si recò a lavorare in Egitto durante la costruzione del Canale di Suez dove conobbe Giacomo Covi da Cles, nel Trentino, divenendone amico. Terminati i lavori a Suez, 1870, i due amici si spostarono in Turchia richiamati da Vitaliano. Costituirono, in seguito, un’Impresa con sede a Konia, cittadina al centro dell’Anatolia. I loro rispettivi figli, Emma Covi e Vitaliano Poselli si sposarono nel 1912, nel ’13 nacque Aurelia, nel ’16 Carmen. 

La guerra greco-turca fu causa di un’ulteriore migrazione della famiglia a Salonicco in Grecia, dove nel ‘21 nacque il figlio Giacomo. Pochi anni dopo, nel ’26, a causa delle mire espansionistiche del fascismo, i greci non diedero più lavoro agli italiani. Ancora una volta i Poselli furono costretti a migrare, questa volta in Albania, ad Argirocastro, dove poterono sentirsi più sicuri a causa del “protettorato” esercitato dall’Italia. In quella cittadina dai tetti in pietra grigia, Vitaliano rifondò la sua Impresa. La figlia più grande, Aurelia, diciassettenne conobbe Enver Hoxha ventitreenne che le fece una corte assidua ma venne sempre rifiutato: “amici si ma nulla più”. Enver si “legò al dito” quel rifiuto che sconvolse la vita futura di Aurelia e di tutta la famiglia, soprattutto quando, qualche tempo dopo, nel ’36, Aurelia sposò il Vice Direttore della Banca di Argirocastro, Giuseppe Terrusi, classe 1900.

Valona, primissimi giorni di Settembre del ‘43. Tra gli Ufficiali Superiori vi fu un certo fermento. anche se, come Giorgio Ponte, Capitano della Milizia e addetto ai Servizi Segreti, cercarono di dissimulare quanto possibile il loro disagio. Molti si imbarcarono per l’Italia alla chetichella, altri ufficialmente. Giorgio espresse a Giuseppe le sue intenzioni di ritornare quanto prima in patria perché le cose, dal punto di vista militare, si stavano complicando.

Negli ambienti del Controspionaggio diedero per probabile una capitolazione italiana nei confronti degli Alleati. In quel caso avrebbero potuto aspettarsi di tutto, ma soprattutto la feroce rappresaglia dei Tedeschi che già si fidavano poco degli Italiani. Sarebbe stato meglio correre ai ripari prima di farsi prendere in trappola.           

Quel colloquio fu drammatico perché Giuseppe si rendeva conto della situazione in cui, di lì a breve, si sarebbe potuta trovare anche la popolazione civile residente in Albania. Egli lesse negli occhi dell’amico Giorgio un ultimatum: vieni via, prendi Aurelia e la tua famiglia e torna in Italia! Giuseppe era il direttore della Banca Italo-Albanese di Valona e, pur sapendo di rischiare molto, voleva rimanere a difesa della ”sua” Banca.                                                    

Valona, ottobre ‘44, l’esercito tedesco era in ritirata, le truppe italiane erano allo sbando: chi aiutava i partigiani albanesi, chi isolato si nascondeva, chi provava a tornare in Italia e chi come ultimo atto di eroismo, dava la propria vita per la Patria.

Giuseppe a rischio della propria incolumità, non poteva lasciare i suoi impiegati in balia degli eventi. Doveva difenderli, non voleva fuggire vigliaccamente. Sua moglie era incinta, ma la gioia della famiglia era lacerata dall’incertezza del futuro.

Dalla lettera autografa di Giuseppe da Valona, datata 22 ottobre 1944, alla sorella a Castellaneta:

“Siamo stati liberati da circa 10 giorni ed i briganti tedeschi sono andati via vergognosamente!
Aurelia è in stato interessante da circa sei mesi. Siamo felici malgrado le difficili prospettive di vita.”

Dalla lettera immediatamente successiva, sempre da Valona, alla sorella, datata 8 gennaio 1945:

Dal giorno della liberazione di Valona da parte delle truppe partigiane che hanno messo in fuga i briganti tedeschi (briganti nel senso peggiore), vi ho scritto tre volte senza ricevere alcuna risposta. Adesso ti partecipo una bella notizia: ti avevo scritto che Aurelia era in stato interessante da vari mesi e che tutto andava bene. All’alba del 4 corrente dopo poche ore di sofferenza, ha dato alla luce un bel maschietto. Gli abbiamo messo il nome Aldo ed è mio augurio che possa star sempre in buona salute e non abbia a passare le mie traversie”.

Aldo Renato Terrusi

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