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Da Budapest a Lampedusa, un segnale per rilanciare l’Unione

È una coincidenza beneaugurante che, alla vigilia della Giornata italiana in memoria delle vittime dell’immigrazione, l’Ungheria abbia bocciato il referendum che rifiutava di accettare quote di rifugiati.
Realismo e civiltà ci suggeriscono di governare processi di accoglienza e cooperazione anzichè proseguire in una insensata, quanto irrealistica, politica ostruzionistica e dilatoria
Di Marco Pacciotti

Sono trascorsi 3 anni da quel tragico 3 ottobre quando vicino Lampedusa in un naufragio morirono 368 persone, molte erano donne e bambini. Le immagini delle bare allineate in una palestra furono uno choc per tanti.

Un’ondata emotiva che portò dei risultati una volta tanto. Lo scorso 21 aprile il Parlamento – su proposta del PD – ha istituito la “Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione”. Una scelta di civiltà preceduta da un’altra decisione forte e coraggiosa. Avviare la missione “Mare Nostrum” con l’impegno italiano a ricercare per salvare tutti i profughi in mare, con oltre 170.000 persone recuperate. Quella missione e la scelta di celebrare il 3 ottobre la giornata della memoria hanno posto il nostro Paese su di un piano diverso rispetto a quanti ancora oggi per egoismi nazionali tergiversano o si rifiutano di accettare un dato di fatto. Ovvero che Lampedusa non è solo una isola italiana ma il confine più a Sud dell’Europa e per quanto mi riguarda anche il metro di misura della civiltà europea.

È una coincidenza beneaugurante che alla vigilia di questa ricorrenza l’Ungheria abbia bocciato il referendum che rifiutava di accettare quote di rifugiati. Un segnale che riapre uno spiraglio di speranza e di manovra politica dopo Bratislava.

In quella sede ha fatto bene il nostro governo, come anche nei mesi precedenti, a ribadire con tenacia una linea di azione che coniugasse l’esigenza di salvare chiunque fosse in pericolo con la necessità di un approccio europeo e solidale a questa emergenza umanitaria.

In primis seguendo una politica estera UE che sostenga gli Stati africani attraversati dai flussi migratori affinché abbiano i mezzi per offrire protezione e accoglienza lungo il cammino a chi fugge e si adoperino – in partnership con le organizzazioni umanitarie – a rispettare i diritti umani dei profughi. Una strategia che non può fare a meno di coinvolgere anche le Nazioni Unite – come fu per il Kossovo – per un maggiore protagonismo nel processo di pacificazione di Siria e Libia e nel predisporre un ampio piano di ricollocamento dei profughi, come lo stesso Obama ha detto nell’ultima assemblea generale raccogliendo la disponibilità di oltre 50 Stati. L’Europa però dovrà contare su se stessa in primis.

Il voto in Ungheria – che rischiava di mettere in moto un disastroso effetto domino a partire dagli altri stati del “gruppo di Visegrad” – può invece diventare una opportunità per ripartire dalle proposte della commissione Europea in fatto di accoglienza e cooperazione.

Una necessità che in qualche modo ci viene imposta dalla storia e rispetto alla quale a poco servono proclami xenofobi o alzate di scudi nazionalisti. Realismo e civiltà ci suggeriscono di governare questo processo anzichè proseguire in una insensata, quanto irrealistica, politica ostruzionistica e dilatoria. Come se le cose possano risolversi da sole. Un errore di valutazione gigantesco dagli effetti dannosi ancora oggi poco prevedibili. Penso che su questo punto sia in gioco natura e identità della UE. È ormai evidente che ci troviamo a un bivio in cui scegliere se essere una sommatoria di egoismi nazionali o quella Europa immaginata a Ventotene ancora lontana dal realizzarsi ma che resta un obiettivo in cui credere.

 

 

 

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