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La ragazza che perse il fascino

 

Ti ho lasciata quando eri una ragazza semplice, che per abbellirsi posava un nastro sui capelli o una sottile catenina al collo. Profumavi di tiglio e in primavera nel tuo cielo svolazzava il polline dei pioppi che vestiva di neve i lunghi marciapiedi. La tua pelle di travertino, attraversata da una cinta verde, era la pace dei nostri occhi, ogni pomeriggio. Il vialone era il luogo dove ci scambiavamo le novità del giorno, raccolti in gruppetti.

Chi sotto il pino vicino all’ Hotel Dajti, chi al Parco Rinia o alla scalinata dell’Accademia delle Arti. Quel vialone era il nostro Face Book, il posto dove sentivamo, parlavamo, ci amavamo e ci lasciavamo. Nelle fughe delle piastrelle color fumo, le nostre parole, ricoperte da una sottile erba di nostalgia, hanno sonnecchiato per quasi due decenni.

Con il passare degli anni tu sei cambiata, Tirana, come cambiano le ragazze. Ma senza diventare né donna né madre.

Quando i primi chioschetti invasero il tuo corpo come verruche spigolose, tu sembravi una stracciona. Con la gioventù nascosta tra i brandelli grigi della miseria. Sarebbe bastato un lungo bagno profumato per riscoprire il tuo bagliore. 

Ma ti sei dipinta la faccia dai colori più impensabili, come a voler ingoiare per forza la tavolozza di un pittore. E non ti sei più fermata. Ti sei rivestita di marmi laccati, alluminio, vetri e cristalli, come una donna senza gusto, ricoperta di gioielli finti. Come se ti volessi riscaldare coi raggi del sole che rimangono incastrati tra le sfaccettature, ora che il sole fa fatica a raggiungerti coperto dai balconi e terrazzi e scale e finestre in gara per raggiungere l’azzurro.

Quel venerdì non c’era il sole.

Ai due lati del vialone due palazzi ti osservano con i loro occhi di vetro. Uno dalle finestre disegnate dagli architetti italiani durante la guerra. L’altro avvolto in vetri scintillanti montati su infissi  d’alluminio. E’ uno dei tuoi monili d’inganno che porti ovunque.

In mezzo c’eri tu, fragrante e odorosa, dolce e accogliente, tu che ci accontenti anche con poco quando veniamo a trovarti. Ti stavano calpestando e sfinendo, rantolavi sotto i passi sconnessi dei protestanti e la marcia ritmata degli stivali militari.

Qualcuno ti sta scorticando. Volano le prime piastrelle del vialone. Il tuo respiro, pesante per la violenza, si ferma ai primi spari. In attesa di qualcosa. Scoppio di sangue. Strisciata di rivoli silenziosi, come in un film muto, che si raccolgono nelle fughe strette. Dove non potrà nascere mai più l’erba dell’oblio.

Irida Cami

Kush i fryn zjarrit

Vajza që po humb nurin