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Rama al Corriere della Sera “Il viola è il mio colore della pace”

Il sindaco-artista che dipinse Tirana è diventato premier «Ho fuso blu e rosso delle nostre principali forze politiche. Ho pensato che il viola può avere un significato preciso: l’unione tra le due tinte fondamentali dà vita a una terza, quindi la pacificazione nazionale»
Di Paolo Conti per Corriere della Sera

«La mia identità di artista fa parte di me stesso. Mi ha accompagnato come ministro della Cultura, poi come sindaco di Tirana e mi accompagnerà come primo ministro. Ora bisognerà avviare subito un importante lavoro sul piano della bellezza, che è la massima risorsa della nostra Albania». È un pittore al comando di un Paese, che parla al telefono da Tirana. Un intellettuale approdato alla stanza dei bottoni. Un primo ministro che, come programma di governo, individua nel ripristino della bellezza un obiettivo politico-strategico.

Edi Rama, nato a Tirana il 4 luglio 1964, porta la fantasia al potere nel Paese delle aquile e di Skanderbeg. Guidando una coalizione di centrosinistra, ha strappato qualche giorno fa la guida del governo a Sali Berisha, classe 1944, ex medico di tanti dirigenti comunisti nell’era di Enver Hoxha, primo ministro dal 2005 e già presidente della Repubblica dal 1992 al 1997, grande vecchio del Partito democratico. Un ricambio non solo generazionale, ma soprattutto, e profondamente, intellettuale.

Edi Rama è un artista militante. Suo padre Kristaq era uno scultore. E lui ne ha seguito le orme, studiando all’Accademia di belle arti dove poi ha insegnato. È un saggista: con il suo vecchio amico Ardian Klosi nel 1992 scrisse Refleksione, un pamphlet politico e culturale pieno di spunti sul futuro del Paese. Fu il riferimento di una generazione. A metà degli anni Novanta emigrò a Parigi e lì sviluppò, col suo fraterno amico Anri Sala, la sua personalità di pittore. Ha esposto a New York, Parigi, Berlino, San Paolo del Brasile. Nel 1998 arrivò la nomina a ministro della Cultura. Ma il vero punto di svolta, il crocevia in cui le due identità di politico e di artista hanno imboccato un’unica strada, risale al 2000, alla prima delle tre successive elezioni a sindaco di Tirana. Ha cancellato il color «grigio comunista» dalle facciate dei palazzi di Tirana sostituendolo con un onirico «piano dei colori»: un balcone rosso, quello accanto blu, la facciata arancione, i cornicioni azzurri o verdi. Senza un disegno programmatico, lasciando spazio aperto all’improvvisazione. Progetto applicato in tutta la città e che ha messo visivamente quasi in secondo piano il dissesto delle strade e l’ossessivo fango che perseguita Tirana.

Oggi, da premier, Edi Rama riparte dal colore. Per la sua campagna elettorale ha usato un viola porpora per gli sfondi dei manifesti elettorali, colore proiettato per le strade di notte, sventolato con le bandiere, indossato con le sciarpe. Perché questa scelta cromatica, primo ministro? «Perché le nostre forze politiche sono sempre state rappresentate dal blu e dal rosso contrapposti. Ho pensato che quel colore può avere un significato preciso: l’unione tra le due tinte fondamentali dà vita a una terza, quindi la pacificazione nazionale. Io sono un artista visivo, lavoro molto con i colori: abbiamo visto troppo bianco e grigio, in questi anni».

La polemica di Edi Rama nei confronti del sistema di potere di Sali Berisha è politico ed estetico: «L’esercizio da primo ministro sarà ben più complesso, rispetto a Tirana. Dicevo del lavoro che bisognerà fare sul piano della bellezza: chi ha guidato l’Albania in questi anni ha danneggiato il territorio, i panorami. Il cambiamento è stato incredibile e brutale». Sembra di parlare dell’Italia, del massacro del nostro meraviglioso paesaggio, invece siamo in Albania: «Il mutamento demografico nel nostro Paese è stato enorme. Moltissima gente ha lasciato i villaggi rurali più poveri e si è riversata nella capitale e nelle altre grandi città. Questo ha portato alla costruzione di edifici illegali, privi di qualsiasi legame con la nostra tradizione architettonica, e a una progettazione di pessima qualità. L’edilizia è stata una delle leve più importanti del nostro sviluppo, ma abbiamo pagato tanta crescita con effetti devastanti sull’ambiente».

Cosa pensate di fare? «Dovremo decidere sul da farsi. In alcuni casi cercheremo il modo di legalizzare, di riportare alle regole. In altri dovremo abbattere. Non si può continuare così. Occorre recuperare il controllo del territorio. È indispensabile far ritrovare agli albanesi il senso dello Stato e delle istituzioni». Ed eccoci tornati al punto di partenza: il ripristino della bellezza come bersaglio politico. Per Edi Rama non sarà un debutto: come sindaco di Tirana ordinò la demolizione di più di cinquecento edifici spuntati illegalmente in tutta la capitale. Ha restituito vivibilità alle aree verdi e ai parchi, sommersi damicrostrutture simili ad astronavi da fumetto (i chioschi-bar che all’inizio furono simbolo di libertà dalla dittatura comunista, per la ritrovata socialità, ma poi divennero a loro volta i dittatori della vita di Tirana). Sempre da sindaco, ha piantato cinquemila e più alberi, è intervenuto sulle strade e sull’illuminazione pubblica.

Se lei dovesse indicare un primo obiettivo del suo governo? «C’è stato, negli anni scorsi, un declino spaventoso della qualità della convivenza civile. Troppa corruzione. Che ha portato con sé criminalità e disoccupazione. Quindi povertà».

Quella stessa corruzione che ha avviato il disastro urbanistico. Ma Edi Rama è ottimista: «Il nostro Paese è ricco di energie incredibili. Per esempio di giovani, nonostante le ondate di emigrazione soprattutto in Grecia e in Italia. E i giovani sono importanti per cambiare la visione delle cose. Per troppi anni, da questo punto di vista, il Paese è vissuto in un suo tempo legato a ciò che avviene realmente nel mondo. La politica, invece, ha agito in un altro (lontano) tempo, che non aveva nulla a che fare con quello del Paese. E poi dovremo combattere con una mole di problemi. Mi viene in mente il primo: l’Albania è il secondo Paese più ricco di risorse d’acqua in Europa. Eppure il 40% delle terre destinate alla coltivazione agricola, quindi fertili, soffre di siccità, non ha un sistema di irrigazione. Un altro problema? Non c’è in tutta l’Albania un solo quartiere che abbia la luce per 24 ore su 24».

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